Telecom poste trent anni dopo: si consuma la fine ingloriosa della privatizzazione
La rinazionalizzazione di Telecom Italia tramite Poste Italiane riaccende un dibattito che intreccia industria, mercato e responsabilità regolatorie. La vicenda viene letta da Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia alla Sda Bocconi, con un giudizio netto sulla “componente critica” dell’operazione: la nazionalizzazione indiretta. Pur riconoscendo i meriti industriali, la preoccupazione centrale riguarda l’impatto sul mercato e sul modo in cui lo Stato rientra nel perimetro delle telecomunicazioni.
rinazionalizzazione tim e poste: la lettura critica di carnevale maffè
Carlo Alberto Carnevale Maffè sintetizza la posizione con una battuta efficace: la prima fase sarebbe stata già caratterizzata da uno scambio di azioni tramite CDP, mentre ora si compirebbe un passaggio più incisivo, “sfondando la porta”. Il nodo interpretativo resta la nazionalizzazione indiretta di Tim, definita “componente critica”, che attribuisce a una privatizzazione avvenuta circa 30 anni fa e oggi conclusasi in modo che il commentatore considera poco soddisfacente.
Nel suo ragionamento emergono anche responsabilità attribuite a più attori. Da un lato, viene evidenziata una mancata capacità del mercato italiano e di quello europeo di affrontare la telecomunicazioni in modo adeguato. Dall’altro, viene indicato il regolatore italiano, ritenuto capace di penalizzare i risultati economici degli operatori. L’esito, secondo questa impostazione, è una situazione in cui “quasi tutti” finiscono per perdere soldi, anche per effetto di tariffe tra le più basse d’Europa.
La conclusione proposta è che l’evoluzione verso una gestione statale incida sul mercato in una forma inedita: “l’arbitro” finirebbe per agire anche da giocatore, alterando il normale equilibrio tra soggetti regolati e decisori.
poste italiane e governo: nessun coinvolgimento, tempi già avviati
L’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, sostiene che nell’operazione non c’è alcun coinvolgimento del governo. La motivazione addotta è che si tratterebbe di un dossier aperto 5 anni fa. In parallelo, resta il tema delle condizioni societarie e industriali: dopo la cessione della rete telefonica nel 2024, Tim conserva comunque un debito su livelli importanti, opera in un mercato in continua evoluzione e dispone di una flotta di dipendenti superiore alle 20mila unità.
La lettura presentata evidenzia inoltre che la cessione in mani estere dell’asset più pregiato del gruppo rappresenti un passaggio da cui non sarebbe possibile prescindere, soprattutto alla luce dell’approvazione politica che, nella ricostruzione, avrebbe accompagnato la fase di trasferimento. Un anno fa, Poste Italiane sarebbe intervenuta entrando nel capitale di Tim con un percorso che l’ha portata a collocarsi poco sotto la soglia rilevante del 25%.
In questa fase, Poste avrebbe liquidato i francesi di Vivendi e avrebbe chiuso i conti, con un passaggio descritto come “ultimo capitolo” di una storia segnata da passaggi di mano e debiti accumulati nell’azienda già monopolista di Stato.
storia tim tra passaggi di proprietà e debiti: da colaninno al 2020
Il racconto delle origini e dei passaggi successivi viene delineato lungo una sequenza di scalate e cambi di controllo. La finanziaria del rider bretone Vincent Bolloré sarebbe subentrata agli spagnoli di Telefonica, che a loro volta avrebbero raccolto, insieme al sistema bancario, le “ceneri” dell’era legata a Tronchetti Provera.
Prima di questa fase, viene indicata come elemento di rottura la scalata dei “capitani coraggiosi”, guidati da Roberto Colaninno e sostenuti dall’allora premier Massimo D’Alema. Nella ricostruzione, il debito contratto dagli acquirenti sarebbe stato scaricato sulla società, diventando un macigno che, nel tempo, avrebbe superato valori considerati “monstre”, fino a raggiungere oltre 30 miliardi di euro.
Secondo la narrazione, l’abbattimento di quel debito sarebbe avvenuto solo con la vendita della rete. La rete viene presentata come l’asset più importante del gruppo, al punto da garantirne il debito. Questo passaggio viene quindi usato per spiegare la transizione verso un nuovo ritorno sotto lo Stato, descritto però come un ritorno accompagnato da maggiore leggerezza e da minore ricchezza rispetto alle fasi precedenti.
borsa tim: dal debutto 1997 alla fase dei minimi storici
La storia borsistica di Tim viene descritta come una delle più controverse del mercato italiano. Il percorso parte dal debutto nel febbraio 1997, collegato alla privatizzazione della società con la cessione della partecipazione detenuta dal Ministero del Tesoro (pari al 44,7%). Alla fase di offerta, promossa da Carlo Azeglio Ciampi come Ministro del Tesoro, con la partecipazione di Pierluigi Bersani dell’Industria e Antonio Maccanico per il Ministero delle Comunicazioni, aderirono oltre 2 milioni di risparmiatori.
Il boom di domande risulterebbe significativo: circa 4,2 volte il quantitativo minimo di azioni inizialmente fissato. Il valore complessivo della privatizzazione sarebbe stato di circa 26.000 miliardi di lire, includendo anche l’offerta agli investitori istituzionali. Tim diventò quindi uno dei titoli più importanti del listino, con capitalizzazione elevata, peso rilevante negli indici e diffusione nei portafogli degli italiani.
Dopo il 1997 arrivano gli anni delle scalate e del debito tra 1999 e 2007, seguiti da cambi di controllo, ristrutturazioni finanziarie e cessioni di asset. La crisi finanziaria globale e l’aumento della concorrenza nel settore delle telecomunicazioni avrebbero accelerato la fase di difficoltà.
Il punto di svolta descritto è nel 2020, quando Tim in Borsa scenderebbe a meno di 1 euro per azione, mentre lo scorporo della rete rimaneva, nella percezione del testo, un “mito dei governanti”.
dal 2022 in poi: labriola, la rete e il confronto con il socio francese
Con la nomina di Pietro Labriola a amministratore delegato nel gennaio 2022, la narrazione registra quotazioni tra 30 e 40 centesimi. La discesa viene collegata alla speculazione e ai minimi storici toccati a 20 centesimi. Labriola avrebbe più volte sottolineato che il valore di Tim in Borsa risultava inferiore alle proprie componenti.
In questo contesto, la cessione della rete entra in agenda con maggiore concretezza. Si riapre però anche il fronte legato al litigioso socio francese e tornano a imporsi i temi del futuro della società e dei suoi dipendenti.
postfazione del cambiamento: azionisti coinvolti e quadro di mercato
Il ritorno sotto lo Stato viene descritto come un passaggio che, almeno questa volta, includerebbe anche i piccoli azionisti, non soltanto “pochi eletti”. Il contesto resta quello di una storia complessa: privatizzazioni, scalate, debiti, cessioni di asset e una contrazione del valore borsistico che arriva fino alle fasi più recenti.
Tra gli elementi che guidano l’interpretazione complessiva, la questione regolatoria e la struttura delle tariffe vengono presentate come fattori che influenzano i risultati del settore. La manovra attraverso Poste Italiane viene collocata dentro un quadro in cui, nel ragionamento riportato, il confine tra ruolo di indirizzo e dinamiche di mercato risulta meno netto rispetto al passato.
persone citate
- Carlo Alberto Carnevale Maffè
- Matteo Del Fante
- Vincent Bolloré
- Roberto Colaninno
- Massimo D’Alema
- Pietro Labriola
- Carlo Azeglio Ciampi
- Pierluigi Bersani
- Antonio Maccanico
- Vincent Bolloré
