Nessun limite nessuna colpa: riflessione sui fatti di trescore e la grammatica dell’odio

• Pubblicato il • 6 min
Nessun limite nessuna colpa: riflessione sui fatti di trescore e la grammatica dell’odio

Le ricostruzioni dai telegiornali sul caso che coinvolge un ragazzo di tredici anni e la decisione di uccidere un’insegnante di francese riportano alla mente dinamiche già note, capaci di trasformare l’odio in un progetto. Il racconto richiama due vicende distinte: una reale, legata agli attentati di Anders Breivik sull’isola di Utøya con 77 vittime, e una immaginaria, rappresentata dalla serie Adolescence tramite il personaggio di Jamie Miller, dipinto come un minore divorato da risentimento e umiliazione dopo essere stato indicato con l’etichetta “incel”, prima di arrivare a uccidere. Pur nella diversa natura dei fatti, emerge una medesima grammatica: lucidità, freddezza, pianificazione, assenza di colpa e assenza di limite.

odio pianificato e assenza di colpa: la stessa grammatica in storie diverse

A Bergamo, secondo la narrazione evocata, non si configura un’esplosione improvvisa: non viene descritta la presenza di gesti impulsivi o di un raptus che possa offrire una spiegazione rapida in grado di attenuare la responsabilità percepita. L’elemento centrale risulta la decisione fredda di sopprimere la persona avvertita come causa del proprio male. Il torto può essere reale, immaginato, ingigantito o del tutto fantasioso, ma ciò che conta è la sua cristallizzazione interiore: l’idea del nemico prende forma, si definisce e diventa bersaglio operativo.

Nel meccanismo descritto, una volta costruita la figura nemica come lavagna delle proiezioni personali, l’abbattimento diventa conseguenza naturale. Questo schema viene collegato tanto alla giovane che umilia Jamie nel contesto della serie, quanto alla gioventù “progressista” evocata come bersaglio nel quadro associato a Breivik, fino a includere la professoressa e il padre del ragazzo di Bergamo. Il riferimento clinico introdotto parla di un intreccio tra proiezione e un senso dell’illimitato che fa da cornice all’episodio.

paranoia e costruzione del nemico: quando il sospetto diventa certezza

Una delle forme più fredde del manifestarsi dell’odio viene indicata nella paranoia. La paranoia, prima ancora di essere trattata come diagnosi, viene presentata come un modo di rapportarsi al mondo: il sospetto cresce fino a diventare criterio universale, la diffidenza si organizza in un sistema e si costruisce un apparato pronto a scorgere negli altri intenzioni persecutorie. Nella forma più radicale, il legame con la realtà si interrompe e le ipotesi assumono il valore di certezza assoluta.

In questo quadro, l’altro smette di essere percepito come una presenza tra le altre e diventa “il nemico”: responsabile delle ferite, delle sconfitte e dell’umiliazione subite. Da qui deriva la logica di eliminazione: se il nemico è la causa del proprio male, l’atto risulta giustificato dall’impianto mentale che lo ha reso necessario.

criminalità giovanile e dinamiche dell’atto: dal gesto alla scena osservata

Il ragionamento proposto mette in evidenza come richiamare misure generiche per combattere la criminalità giovanile rischi di non cogliere la specificità del fenomeno descritto. Viene richiamato un esempio di violenza tra coetanei, il pestaggio su un bus, descritto come evento che mette a fuoco la dimensione concreta delle aggressioni. Nel caso oggetto di riflessione, la chiave interpretativa diventa diversa: non si tratta soltanto di una trasgressione, ma di un solipsismo dell’odio, una soggettività che si chiude su sé stessa fino a interrompere ogni legame.

il ruolo del filmare: consacrare l’atto e costruire il teatro

Un passaggio centrale riguarda il motivo per cui il ragazzo avrebbe ripreso le sue gesta. L’idea espressa è che, in alcune situazioni, il delitto non si esaurisce nell’atto materiale: spesso viene preparato, ritualizzato, rivissuto e trasformato in scena. L’atto, quindi, passa anche attraverso una dimensione di costruzione e di rappresentazione.

In una prospettiva psicoanalitica evocata, l’azione non rimane chiusa nel rapporto diretto tra soggetto e vittima. Viene introdotto un terzo, inteso come uno sguardo esterno: un testimone, un occhio davanti al quale il crimine prende consistenza. Ne deriva un principio: non basta compiere l’azione, occorre anche consacrarla. In questa lettura, il video contribuisce a edificare il “teatro” dell’azione, rendendo possibile essere guardato e quindi ricordato.

Il contenuto osservato viene presentato come più di semplice memoria. La ripresa risulta parte integrante dell’accadere: alcuni studi citati nella sintesi sostengono che, in certi profili violenti, il punto centrale non è esclusivamente infliggere dolore, ma anche trarre eccitazione dall’osservazione e dal controllo della diffusione mediatica.

limiti, regole e super io: il freno che definisce l’azione

Per desiderare, viene indicata la necessità di una cornice: un quadro limite capace di definire e frenare l’azione. Il riferimento riportato richiama l’idea del bambino come “perverso polimorfo”: nel suo immaginario può tutto, senza consapevolezza delle regole. Nel tempo, l’incontro con i limiti della quotidianità, con freni, limitazioni, insegnamenti e valori morali porta alla sedimentazione di un’istanza chiamata Super Io.

quando i limiti non reggono: noia, frustrazione e ricerca dell’illimitato

In alcuni casi, i limiti non funzionano: possono risultare deboli o non sufficienti, generando individui per cui la vita normale, regolata dal consesso civile, diventa fonte di noia, dolore e frustrazione. Il percorso descritto porta alcuni soggetti a cercare la vita solo nella rincorsa continua a violare regole e spezzare divieti, tornando magicamente all’illimitato che da infanti appariva promessa poi infranta.

Nel contesto richiamato, viene indicata la traccia di tale dinamica: il ragazzo avrebbe lasciato scritto che il senso della sua vita sarebbe stato assecondare tutte le fantasie, ignorare gli altri e provare il brivido di infrangere le regole, descritto come il piacere più grande della sua vita.

responsabilità e lettura dei segnali: non sempre la mente lascia tracce evidenti

La riflessione proposta non attribuisce in modo automatico colpe agli insegnanti o agli psicologi scolastici. Viene affermata l’idea che non sia sempre possibile decifrare per tempo segnali di una volontà omicida, come se ogni abisso si rivelasse leggibile sulla superficie. In alcuni casi, i segni possono esistere ma restare contraddittori e nascosti, capaci di rimanere in silenzio nei meandri più profondi della vita psichica, senza far intuire l’irruzione dell’odio freddo.

Personaggi citati:

  • Anders Breivik
  • Jamie Miller
  • Giuseppe Valditara

Figure coinvolte nel contesto narrato:

  • l’insegnante di francese
  • il padre del ragazzo di Bergamo
  • la coetanea che definisce “incel” Jamie
  • la giovane che umilia Jamie nella serie Adolescence
Nessun limite, nessuna colpa. Una riflessione sui fatti di Trescore e la grammatica dell’odio

Per te