Retorica securitaria ai politici: il cortocircuito che si innesca quando piace troppo

• Pubblicato il • 6 min
Retorica securitaria ai politici: il cortocircuito che si innesca quando piace troppo

La sicurezza entra spesso nel dibattito pubblico come parola-chiave capace di accendere paure e di semplificare problemi complessi. Lo schema ricorre: episodi di violenza urbana diventano materiale virale, il racconto collettivo si incanala nello scontro immediato e la questione viene trattata come emergenza securitaria fuori controllo. Ne deriva una spinta costante verso poteri di polizia, pene più severe e maggiore controllo del territorio, con l’idea che l’urgenza possa essere risolta attraverso misure eccezionali.

La dinamica, però, si ripresenta con forza anche quando nel Paese continuano a crescere disuguaglianze e fragilità sociali. Riconoscere l’esistenza di un problema non coincide con l’accettazione automatica delle soluzioni proposte: da decenni si alternano interventi legislativi e strumenti repressivi, senza che questo si traduca in un miglioramento strutturale della sicurezza.

emergenza securitaria: perché torna sempre nel dibattito pubblico

Durante la pandemia la retorica emergenziale ha assunto un ruolo centrale, con la diffusione di pratiche di controllo su certificazioni, spostamenti, accessi e obblighi amministrativi. In seguito, l’attenzione si è spostata su episodi di cronaca divenuti virali, spesso legati alla presenza di un soggetto molesto e alla successiva circolazione di contenuti sui social. In ogni passaggio, i fatti tendono a essere interpretati come prova di un allarme permanente, alimentando la richiesta di misure repressive.

Il punto critico è la persistenza del meccanismo: si parla di emergenza come se la situazione fosse sempre eccezionale, mentre il ricorso a decreti sicurezza e strumenti repressivi si protrae da oltre trenta anni. Se questa linea fosse davvero efficace, l’attuale contesto sarebbe più stabile e sicuro; invece, in città come Milano, mentre resta aperta una emergenza abitativa con contraddizioni profonde, la marginalità continua ad aumentare.

fragilità nelle periferie e realtà quotidiana ignorata

Negare l’esistenza dei problemi produrrebbe un errore interpretativo. Chi vive nelle periferie di Milano conosce una sensazione di fragilità generata dall’abbandono degli spazi pubblici e da fenomeni che comprendono la microcriminalità e la marginalità estrema. Queste esperienze non possono essere ridotte a mere costruzioni mediatiche: riguardano la vita quotidiana di milioni di persone e incidono concretamente sulla percezione di insicurezza.

Allo stesso tempo, riconoscere la dimensione del problema non significa accettare automaticamente l’impianto delle soluzioni. La proposta ricorrente ruota attorno a più poteri e più repressione, mentre restano sullo sfondo cause strutturali come disuguaglianze, degrado urbano e progressivo indebolimento dei servizi pubblici.

stato penale e stato sociale: il modello che sposta gli interventi sugli effetti

Una parte centrale della questione riguarda la capacità dello Stato. Secondo la prospettiva descritta, lo Stato appare forte quando si tratta di controllare chi è già integrato nel sistema: cittadini che lavorano, pagano imposte e rispettano le regole, su cui possono essere imposti adempimenti, obblighi amministrativi, sanzioni e controlli. Al contrario, la stessa efficacia sarebbe molto più difficile da raggiungere quando si devono affrontare nodi più ampi, come evasione fiscale di grandi dimensioni, rendita improduttiva, speculazione immobiliare, degrado strutturale delle periferie e smantellamento dei servizi pubblici.

crescita del controllo e riduzione dei servizi

Negli ultimi decenni crescita dello Stato penale e ridimensionamento dello Stato sociale procedono in parallelo. Nel periodo descritto risultano diminuiti investimenti in sanità territoriale, servizi per la salute mentale, politiche abitative, interventi sulle dipendenze patologiche e sostegno alle famiglie fragili. In parallelo aumentano strumenti di controllo e sorveglianza. Il risultato è un modello orientato a gestire gli effetti invece delle cause.

pandemia come esempio di controllo organizzato

L’esperienza della pandemia è indicata come caso emblematico: in pochi mesi si costruisce un apparato capillare in grado di verificare certificazioni e condizionare comportamenti individuali con una rapidità elevata. Indipendentemente dal giudizio sulle singole misure sanitarie, l’elemento rilevante è la capacità di controllo quando le energie istituzionali si concentrano sui cittadini ordinari.

La domanda che rimane aperta riguarda un’altra direzione: perché la stessa capacità organizzativa sembra più difficile da attivare per garantire diritti come la casa, ridurre liste d’attesa della sanità pubblica, contrastare la povertà o intervenire sulle grandi forme di illegalità economica.

rabbia sociale indirizzata verso i bersagli più deboli

Il cortocircuito più pericoloso descritto nasce dal modo in cui vengono canalizzate le tensioni sociali. Le politiche che rafforzano misure repressive producono rabbia, ma questa non viene orientata verso le cause dell’impoverimento collettivo. In molte circostanze la rabbia finisce per colpire chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale: senza dimora, tossicodipendenti, migranti irregolari e persone affette da disturbi psichici.

Per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, il principale nemico può diventare chi vive una condizione ancora più disperata. In questo schema, restano sullo sfondo trasformazioni economiche come salari stagnanti, precarizzazione del lavoro, aumento dei costi dell’abitare e indebolimento progressivo del welfare.

misure eccezionali che restano e si allargano

La convenienza politica del modello emerge anche perché offre bersagli immediati e riconoscibili: promettere ordine tramite nuove misure repressive appare più semplice che affrontare problemi complessi come redistribuzione della ricchezza, fiscalità, crisi del servizio sanitario nazionale o carenza di politiche abitative. In questa impostazione la sicurezza diventa una scorciatoia retorica: invece di interrogarsi sulle condizioni che generano marginalità, l’attenzione si sposta su coloro che della marginalità sono il volto più visibile.

Inoltre, le misure eccezionali raramente vengono ritirate. Secondo la ricostruzione proposta, tendono a trovare nuovi ambiti di applicazione: gli strumenti concepiti per gestire un’emergenza possono finire per essere impiegati anche contro il dissenso politico, le manifestazioni, gli scioperi o altre forme di conflitto sociale.

ordine duraturo e istituzioni sociali solide

La posizione delineata sostiene che l’alternativa non sia scegliere tra ordine e solidarietà. L’ordine duraturo viene collegato alla presenza di istituzioni sociali solide. Quando esistono servizi pubblici efficienti, salute mentale accessibile, percorsi di disintossicazione, politiche per la casa, istruzione di qualità e opportunità di lavoro dignitose, diminuisce anche la marginalità che alimenta l’insicurezza quotidiana.

La preoccupazione finale riguarda il rischio che si affermi una risposta aggressiva e privata alle insicurezze strutturali. Viene richiamata la “giustizia fai da te” come fenomeno sostenuto da dinamiche politiche definite, indicato come scambiato per risposta credibile a problemi prodotti da un capitalismo neoliberale. L’esempio citato richiama la solidarietà ottenuta dal gioielliere condannato per aver inseguito e ucciso con colpi da arma da fuoco dei ladri che lo avevano derubato minacciando lui e la famiglia.

personaggi citati

Gioielliere condannato per aver inseguito e ucciso con colpi da arma da fuoco ladri che avevano derubato lui e la famiglia.

Quanto piace la retorica securitaria ai politici! Ma è qui che s’innesca il cortocircuito
Categorie: PoliticaCronaca

Per te