Messi e trump: il significato dellimmagine che non meritava laddio di leo
L’epica della sconfitta sembra non riuscire a completarsi, lasciando una sensazione netta di incompiuto. Su Lionel Messi, a lungo indicato come la stella assoluta e tra i più grandi calciatori di sempre, cala il sipario proprio nel momento più visibile, quello della finale. Il risultato non consegna soltanto una sconfitta: produce un’immagine che resta impressa, ma con un retrogusto difficile da digerire.
L’ultima scena, infatti, non è legata esclusivamente alla delusione sportiva. La chiusura del grande evento è affidata alla medaglia d’argento posata sul collo di Messi dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un dettaglio che, agli occhi di molti, sposta il peso del racconto lontano da una narrazione pienamente concentrata sul campo e sulla caduta degli dei.
lionel messi e la finale che lascia l’amaro
La sconfitta non viene descritta come una perdita coppa-territorio, né come un semplice passaggio nel quale la gloria viene tolta da un titolo mondiale. L’attenzione si concentra sul senso complessivo della conclusione: la finale, nel quadro evocato, non riesce a trasformare la sconfitta in un evento capace di consegnare una memoria perfetta.
La chiusura visiva legata alla presenza di Trump viene presentata come elemento decisivo, capace di lasciare un vuoto narrativo. La medaglia al collo diventa un’ultima immagine che, invece di sintetizzare soltanto il valore sportivo, trascina con sé un contesto percepito come estraneo al cuore del torneo.
l’argomento “maradona non lo avrebbe accettato” non regge
Si apre poi un ragionamento sul dibattito relativo a Diego Armando Maradona. L’idea che non avrebbe accettato quel tipo di scena viene riportata come argomento ricorrente, ma senza possibilità di verifica. Nel racconto, emerge l’impossibilità di fornire una controprova: non esiste un test reale e, soprattutto, non può essere richiesto ciò che sarebbe stato.
Il testo evidenzia anche un altro aspetto: la tendenza a richiedere troppo a personaggi noti, sia calciatori sia cantanti e figure di forte visibilità. Al pubblico può capitare di attribuire ai protagonisti una profondità umana e dei compiti che non sempre coincidono con ciò che il ruolo consente davvero.
l’epica della sconfitta nei precedenti storici
La sensazione di incompiutezza induce a richiamare un concetto preciso: l’epica della sconfitta che, nella memoria collettiva, assume sempre volti e gesti riconoscibili. Nel racconto vengono citati diversi esempi, usati per definire l’idea di un’immagine degna di raccontare la caduta.
roberto baggio e zidane: gesti e immagini che segnano
La memoria richiama Roberto Baggio, con la testa bassa e le mani sui fianchi dopo il rigore sbagliato al Rose Bowl di Pasadena nel 1994, quando il Brasile venne poi premiato in un altro mondiale disputato negli Stati Uniti.
Segue Zinedine Zidane, rappresentato nell’uscita a testa bassa dopo la testata, ingiustificabile ma in qualche modo comprensibile, a Marco Materazzi nel 2006, lasciando alle spalle la Coppa dorata.
maradona: lacrime, rabbia e polemica
Il percorso ricorda anche Maradona e le sue lacrime descritte come rabbia, non come una commozione pacifica paragonata a quanto avviene in altri contesti. Nel testo viene richiamata la sua polemica contro il governo del calcio della Fifa dopo la sconfitta nella brutta finale di Italia ’90 contro la Germania, oltre alla cornice di Roma.
il 1970 e gli azzurri schiacciati dal 4-1 del brasile
Per andare ulteriormente indietro, l’epica della sconfitta viene associata agli azzurri con sguardi smarriti, colpiti dall’incornata di Pelé e dal 4-1 contro il Brasile nella finale del 1970 in Messico. La scena è riportata come conclusione di un percorso che, almeno in semifinale, era stato definito “ancor più epico”, grazie al 4-3 sulla Germania all’Azteca.
l’epica della vittoria e i gesti che diventano simbolo
Accanto all’epica della sconfitta, il testo richiama anche l’epica della vittoria. In un passaggio, viene citato un momento in cui Lamine Yamal sembra esitare di fronte a Trump, ma la stretta di mano viene comunque evocata come parte della scena. L’esitazione, nel racconto, viene interpretata come possibile prodotto delle aspettative e dell’emotività di chi osserva.
precedenti di gesto: smith e carlos, muhammad ali, socrates
Il riferimento simbolico collega la scena sportiva a gesti e dichiarazioni capaci di restare nella memoria. Vengono citati i pugni chiusi guantati di nero dei velocisti Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi messicane del 1968. Il testo richiama anche i sermoni pronunciati da Muhammad Ali prima di tornare sul ring tra anni Sessanta e Settanta. Infine, compare l’invenzione della Democrazia Corinthiana di Socrates, descritta come una “pallonata” trasformata in un movimento in odio al feroce regime militare brasiliano all’alba degli anni Ottanta del Novecento.
spagna e coppa: la presenza ingombrante scivola fuori dall’inquadratura
La narrazione torna al presente evocato, ricordando il contesto legato a una presenza di Trump anche un anno prima al Mondiale per Club, quando salta coi giocatori del Chelsea dopo aver consegnato il trofeo. Qui il punto centrale è l’idea che anche l’esultanza finale della nazionale spagnola risulti macchiata da quella presenza, con una nota di epica definita “in zona Cesarini”.
Nel racconto, il merito viene attribuito al fatto che Rodri e i compagni attendono che il presidente imbarazzante scivoli fuori dall’inquadratura prima di alzare la Coppa al cielo. Il gesto finale diventa così un tentativo di recuperare una scena più coerente con l’immagine della vittoria.
figure citate nell’immaginario sportivo evocato
- Lionel Messi
- Donald Trump
- Diego Armando Maradona
- Roberto Baggio
- Zinedine Zidane
- Marco Materazzi
- Pelé
- Lamine Yamal
- Rodri
- Tommie Smith
- John Carlos
- Muhammad Ali
- Socrates
- Cristiano Ronaldo
