Ddl caccia bisogna smettere di considerare la natura una risorsa

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Ddl caccia bisogna smettere di considerare la natura una risorsa

Per gran parte della storia evolutiva l’umanità ha vissuto seguendo ritmi legati alla natura: ricerca di piante commestibili, caccia delle prede, lettura del paesaggio. Questa dipendenza diretta ha reso la conoscenza dell’ambiente una necessità concreta, intrecciata con la sopravvivenza. Con la rivoluzione agricola, circa diecimila anni fa, la produzione del cibo è stata progressivamente affidata a agricoltura e allevamento, riducendo il bisogno di cacciare per nutrirsi. Rimane però la persistenza di pulsioni antiche nel cervello, oggi rielaborate in un’attività che, secondo il quadro descritto, sopravvive spesso come pratica ricreativa più che come strumento di sussistenza.

Il nodo centrale emerge quando impulsi e abitudini ataviche diventano una logica operativa per “governare” la natura. In passato, la caccia e la distruzione degli habitat hanno contribuito a estinzioni e a un forte impoverimento della biodiversità. Quando l’equilibrio naturale viene alterato, in seguito si rende necessario reintrodurre specie, talvolta con l’obiettivo di continuare a cacciarle, altre volte per aumentare il valore estetico del paesaggio e la presenza di animali considerati “spettacolari”.

caccia e prospettiva ecologica: l’equivoco dietro la “bioregolazione”

Nel dibattito pubblico, gli animali vengono spesso valutati attraverso criteri che rispondono alle aspettative umane: vengono visti come trofei, attrazioni turistiche, simboli identitari o problemi da eliminare. Con maggiore rarità compare la domanda sulla loro funzione negli ecosistemi. Al posto di questa prospettiva, diventa più frequente chiedersi che cosa gli animali possano fare per l’uomo.

È in questo contesto che viene richiamato il contenuto di una nuova legge sulla caccia, approvata dal Senato e in esame alla Camera. Il disegno di legge qualifica la caccia come un’attività utile alla conservazione della biodiversità e degli ecosistemi e attribuisce ai cacciatori un ruolo di “bioregolatori”. La formulazione viene presentata come indicativa di un equivoco profondo, perché la relazione tra biodiversità ed ecosistemi non può essere semplificata in termini lineari.

biodiversità ed ecosistemi: struttura e funzione non sono separabili

La biodiversità viene descritta come la struttura della biosfera, mentre l’ecosistema come la sua funzione. Le due dimensioni, secondo la spiegazione proposta, non possono essere disgiunte: contare gli animali presenti in un bosco, ad esempio, non rende automaticamente chiaro come il bosco funzioni. Il funzionamento dipende da flussi di materia, energia e informazioni che connettono piante, animali, funghi, batteri e ambiente fisico.

Un ecosistema non è descritto come una semplice raccolta di organismi: è una rete di relazioni. In tale rete, la regolazione delle popolazioni non deriva mai da un singolo fattore, ma da molte componenti concorrenti, tra cui risorse disponibili, predatori, competitori, parassiti, malattie, clima, struttura degli habitat e attività umane.

il ruolo del “bioregolatore” e la distribuzione dei processi

Attribuire al cacciatore il ruolo principale di “bioregolatore” viene presentato come un errore concettuale, perché presuppone che una funzione distribuita in numerosi processi possa essere ricondotta a un singolo elemento. La complessità ecologica viene quindi considerata incompatibile con una gestione centrata sulla riduzione del problema a scelte e interventi circoscritti.

cinghiali e cause complesse: più fattori rispetto agli abbattimenti

L’aumento dei cinghiali non viene ricondotto a un’unica causa legata a caccia insufficiente. Nel quadro delineato, il fenomeno risulta invece collegato a una combinazione di elementi: abbandono delle campagne, espansione dei boschi, trasformazioni dell’agricoltura, scomparsa di predatori naturali, cambiamento climatico e, in alcuni casi, anche immissioni a fini venatori. Di conseguenza, ridurre la questione al numero degli abbattimenti comporterebbe il rischio di affrontare effetti trascurando cause.

perché la fauna non è una risorsa da amministrare

La critica si concentra su una concezione secondo cui la natura sarebbe un insieme di risorse da gestire, comprendendo alberi, pesci, cinghiali e cervi come voci di un inventario. La visione alternativa attribuisce alla natura un valore che risiede nel funzionamento degli ecosistemi, responsabile della possibilità stessa dell’esistenza umana. In questa cornice, la fauna selvatica non sarebbe evoluta per rispondere alle esigenze umane—alimentari, ricreative o estetiche—ma per svolgere un ruolo nella trama della vita.

Il dibattito pubblico tende invece a concentrarsi sulla dimensione dei diritti di sparare, sulle specie protette e sulle quantità abbattibili. Le questioni considerate legittime vengono comunque collocate in una posizione successiva rispetto a un interrogativo ritenuto prioritario: quale funzione svolga la fauna all’interno dell’ecosistema in cui vive. L’ecologia viene presentata con una risposta semplice: far funzionare gli ecosistemi. Secondo questa impostazione, l’umanità vive proprio perché gli ecosistemi continuano a funzionare.

gestione con il fucile e riduzione ideologica del rapporto con la natura

Delegare ai cacciatori il compito di “regolare” la fauna tramite l’uso del fucile viene descritto come il risultato di una prospettiva riduttiva. L’approccio viene qualificato come ideologico perché tratta gli animali come individui da amministrare, invece che come elementi di reti ecologiche con molteplici livelli di complessità.

la domanda guida per una politica della fauna moderna

La questione centrale viene formulata in modo diretto: non si tratta solo di decidere se un animale debba essere protetto o abbattuto. La priorità diventa comprendere che ruolo l’animale svolga nel funzionamento dell’ecosistema di appartenenza. Questa impostazione viene indicata come l’unica domanda che dovrebbe guidare una politica della fauna orientata in modo moderno, domanda che, nel quadro esposto, continua a mancare nel dibattito pubblico.

Il testo afferma che tali temi, insieme a “molto altro”, sono trattati in un volume intitolato Le piume di Darwin, con un’attenzione posta sulla necessità di imparare a capire come funziona la natura prima di decidere come gestirla.

riferimenti e nominativi presenti

  • Senato
  • Camera
  • Le piume di Darwin
  • cacciatori
  • cinghiali
  • predatori naturali
  • orsi e lupi
Ddl Caccia, bisogna smettere di pensare alla natura come una risorsa da amministrare
Categorie: Politica

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