Anoressia: un ormone potrebbe spiegare perché il corpo spegne la fame

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Anoressia: un ormone potrebbe spiegare perché il corpo spegne la fame

Un segnale biologico misurabile nel sangue potrebbe diventare un alleato concreto nella comprensione dell’anoressia nervosa e, nel tempo, migliorare la capacità di prevedere le ricadute e di orientare lo sviluppo di nuove opzioni farmacologiche. Una ricerca francese segnala nel Leap2 un possibile biomarcatore, rilevando livelli significativamente più alti nelle persone con il disturbo rispetto ai soggetti sani. I risultati saranno discussi al Forum 2026 della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze da Virginie Tolle (Inserm).

Leap2 e anoressia nervosa: ruolo dell’ormone

Il Leap2 è un ormone prodotto principalmente dal fegato e dall’intestino. Il suo funzionamento si colloca in modo opposto rispetto alla grelina, definita spesso ormone della fame. La grelina stimola l’appetito e spinge l’organismo a cercare cibo, mentre il Leap2 ne blocca l’azione, contribuendo ad attenuare o sopprimere i segnali che inducono l’assunzione di cibo.

Secondo lo studio, durante la fase acuta dell’anoressia nervosa i livelli di Leap2 risultano circa 20% più elevati rispetto a quelli osservati nelle persone sane. Questo andamento potrebbe aiutare a spiegare come, nel corso di periodi anche molto lunghi, le persone affette dal disturbo riescano a limitare drasticamente l’intake di cibo.

I ricercatori indicano inoltre possibili connessioni con aspetti clinici rilevanti. L’ormone potrebbe influenzare la capacità di controllare gli impulsi, caratteristica spesso osservata nei pazienti. Parallelamente, il Leap2 potrebbe partecipare alla regolazione della glicemia e alla risposta dell’organismo durante una malnutrizione prolungata.

Lo studio: misurazioni longitudinali e pazienti ricoverate

La ricerca ha coinvolto 30 donne con diagnosi di anoressia nervosa ricoverate presso un centro specializzato di Parigi. Le partecipanti hanno seguito un programma di rialimentazione della durata di quattro mesi.

Il monitoraggio ha incluso prelievi di sangue in tre momenti: prima dell’inizio del trattamento, al termine del percorso terapeutico e sei mesi dopo la dimissione. Oltre alle alterazioni già note della grelina, gli studiosi hanno osservato valori elevati di Leap2 soprattutto durante la fase più acuta della malattia.

Leap2 come indicatore del rischio di ricaduta

Il punto più rilevante emerso dall’analisi riguarda il decorso clinico. Sei mesi dopo il trattamento, le pazienti che hanno avuto una ricaduta hanno mostrato i livelli più alti dell’ormone già durante il ricovero. Questo legame tra andamento del Leap2 nel periodo ospedaliero e successivo esito clinico suggerisce una possibile funzione predittiva del biomarcatore.

Qualora i risultati venissero confermati da studi più ampi, il Leap2 potrebbe diventare uno strumento pratico. Una semplice analisi del sangue potrebbe permettere ai medici di individuare le persone con maggiore probabilità di ricaduta, così da organizzare controlli più ravvicinati, percorsi terapeutici personalizzati e un monitoraggio più intenso dopo la dimissione. L’identificazione di un biomarcatore affidabile rappresenterebbe un progresso in una patologia in cui il rischio di ricaduta resta elevato.

Terapi e limiti attuali: anoressia nervosa senza farmaci specifici approvati

L’anoressia nervosa è indicata come il disturbo psichiatrico con il più alto tasso di mortalità. La guarigione richiede spesso tempi lunghi, con percorsi che possono durare mesi o anni. Inoltre, fino al 40% dei pazienti può andare incontro a una ricaduta dopo il trattamento.

Nonostante la gravità del quadro clinico, oggi non risultano presenti farmaci specificamente approvati in grado di curare l’anoressia nervosa. Le terapie si basano principalmente su riabilitazione nutrizionale, supporto psicologico e psicoterapeutico, oltre al trattamento delle complicanze mediche.

Negli ultimi anni la ricerca ha evidenziato che il disturbo coinvolge non solo aspetti psicologici, ma anche meccanismi biologici e metabolici profondi. In questo contesto, chiarire il contributo di ormoni come il Leap2 potrebbe aprire nuove prospettive sia nella diagnosi sia nello sviluppo di future terapie mirate. Gli autori dello studio richiamano però la necessità di ulteriori ricerche su un numero più ampio di pazienti per confermare il valore del Leap2 come biomarcatore e verificare se intervenire su questo meccanismo possa tradursi in un beneficio clinico.

figure coinvolte nella presentazione dei risultati

  • Virginie Tolle (neuroscienziata, Inserm)
Anoressia, un ormone potrebbe spiegare perché il corpo “spegne” la fame. Lo studio francese su Leap2

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