Le città di pianura: perché ogni lettura mi lascia qualcosa di diverso
Le città di pianura si presenta come un racconto apparentemente semplice, costruito con movimenti quotidiani, strade del Veneto e routine fatte di pause, bicchieri e conversazioni. In realtà, dietro l’apparenza leggera, si apre un percorso che mette al centro amicizia, amore, fallimento e l’ostinazione di chi cerca un’“ultima” possibile via d’uscita. Un viaggio tra uomini sospesi, un’auto un po’ malandata e immagini che restano addosso, come se ogni dettaglio avesse una funzione precisa nel modo di vedere il mondo.
le città di pianura: trama e viaggio tra uomini, bar e illusioni
Nel film, Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono in un universo alcolico fatto di bar e benzinai, di debiti e di ricordi legati agli anni Novanta. La loro quotidianità scorre senza arrivare a una vera correzione: non cercano di “aggiustare” la vita, ma inseguono l’idea di un momento conclusivo, una specie di appiglio sempre rimandato. L’attenzione si concentra sull’ultima bevuta, sull’ultima scusa, sull’ultima possibilità di non rientrare a casa.
Al centro resta anche un timore: crescere, a quell’età, fa paura e rende tutto più lento, più fragile, più incerto. Per questo l’“ultima” diventa un modo per restare fermi, per sospendere il cambiamento, anche quando sembra tardi e inutile.
giulio e l’ingresso di un terzo che rompe l’inerzia
Il viaggio prende forma dopo un incontro casuale con Giulio, interpretato da Filippo Scotti. Studente di architettura, Giulio desidera crescere, ma non sa come farlo. Carlobianchi e Doriano lo coinvolgono nel loro percorso, promettendogli un’ultima che non arriva mai davvero. Da quel momento, la strada diventa un’esperienza condivisa che finisce per cambiare tutti e tre, anche se nessuno lo dichiara apertamente.
il principio di utilità marginale e l’“ultima” che non si esaurisce
Nel film si affaccia un riferimento preso dall’economia: il concetto di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi ne parla a tavola, usando una fetta di salame come esempio per spiegare che, raggiunta la sazietà, il resto perde valore. L’idea sembra applicabile a molte situazioni, ma non regge quando l’argomento diventa l’ultima cosa davvero cercata.
Doriano ribadisce che l’ultima non ha a che fare soltanto con il bisogno: riempire il bicchiere oltre la sazietà non risponde a sete o necessità, ma funziona come un tentativo di dare un senso a ciò che senso non possiede. L’ultima sfugge, perché non è un’esigenza reale: è una scelta disperata di significato.
il veneto del film: periferie, ritmi e un’atmosfera riconoscibile
Il contesto geografico del film è un Veneto osservabile e familiare, fatto di paesini e capannoni, di bar aperti dal mattino, di ritmi scanditi da “ombrette”, grappe e abitudini quotidiane. Il quadro mostra una comunità dove alcuni bevono presto e altri lavorano troppo, dando corpo a uno spleen veneto che richiama una precisa sensibilità letteraria e cinematografica.
La periferia non compare come luogo minore: diventa un punto in cui il mondo si vede più nitidamente, con una luce e un’aria che suggeriscono profondità anche quando la scena resta ordinaria.
amicizia e poetica del bere: tre figure che si salvano a vicenda
All’interno di questo paesaggio, Carlobianchi e Doriano assumono una dimensione quasi poetica, ma non legata a romanticismi. La loro è una poesia lunatica, fatta di resa consapevole e di cadute che non impediscono di continuare. Parlano poco, sbagliano spesso, vivono di slanci e di oscillazioni; eppure la presenza che davvero li tiene insieme è l’amicizia.
il cimitero brion e l’immagine dei cerchi che si intersecano
Giulio entra nel duo come un figlio, oppure come un fratello, oppure ancora come un ospite: un ruolo elastico, determinato dall’andamento del viaggio. Nel percorso porta i due fino al Cimitero Brion, descritto come un monumento all’amore coniugale. L’architettura diventa simbolo: i cerchi che si intersecano mostrano chiaramente l’idea di due vite che si toccano. Persino dettagli concreti, come i bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa, convergono verso la stessa figura: caos della vita capace a tratti di organizzarsi da sola.
il “segreto del mondo” e la ricerca di ciò che sfugge
Tra i temi centrali emerge quello del segreto del mondo. I due uomini sostengono di averlo scoperto qualche sera prima, ma lo ricordano soltanto in modo confuso, perché erano ubriachi. Da lì il film spinge verso una ricostruzione continua: l’intera esperienza diventa un tentativo di riprendere un’idea afferrata e poi perduta.
La dinamica è universale: in ogni percorso arriva un momento in cui sembra di aver capito tutto, poi il senso svanisce. Il tempo successivo scorre inseguendo quella sensazione, anche quando diventa difficile definirla.
finale: treno, asfalto e un ricordo che arriva dopo l’impatto
Il finale si sviluppa in modo lineare. Giulio parte in treno per raggiungere il suo amore travagliato a Verona. Nel frattempo, un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto e una macchina lo schiaccia. L’evento fa scattare in lui un’improvvisa chiarezza: Giulio dice di aver ricordato il segreto del mondo.
Il senso che emerge non trasforma il dolore in soluzione, ma lo inquadra: le cose belle cadono, si rompono o si sporcano e finiscono. Il film lega questa conclusione a un elemento determinante: se accanto c’è un amico come Carlobianchi, la vita conserva valore. Se esiste qualcuno con cui condividere un’ultima e se anche un ragazzo, in qualche modo, è stato aiutato a crescere, allora il tempo continua a pesare meno, anche quando resta poco.
interpretazioni e musiche: Pierpaolo capovilla e il lavoro di krano
Un ruolo fondamentale nella percezione complessiva del film è attribuito a Pierpaolo Capovilla. Viene descritto come una vera rivelazione: voce e intonazione difficili da dimenticare, volto capace di raccontare senza bisogno di spiegazioni continue. La sua presenza fa emergere una serenità costruita sulla consapevolezza che un senso non verrà trovato, mantenendo però un equilibrio interno che si impone sullo sguardo.
Le musiche sono di Krano e nascono per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi e con i movimenti dei tre protagonisti, sembrando composte per scene specifiche. La sensibilità descritta è quella di una musica che anticipa e richiama i momenti visivi, come se avesse già chiamato le scene a prendere forma.
momento in evidenza e cameo: spigariol nel bar
Resta impresso anche un cameo di Spigariol: in un bar canta una canzone sull’America accompagnandosi con la chitarra. Il trio ascolta rapito, Spigariol si commuove, e il passaggio viene presentato come un attimo capace di spiegare senza ricorrere a troppe parole.
le città di pianura: scrittura, temi e senso della persistenza
Le città di pianura viene indicato come un film scritto da Francesco Sossai con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Il cuore del racconto ruota attorno a amicizia, amore e fallimento. Il film mette in scena incontri che cambiano la vita anche quando sembrano insignificanti, e introduce anche un’idea ricorrente: i “cattivi maestri” risultano essere, in un certo senso, i migliori.
La storia si racconta con una delicatezza che rimane anche dopo la fine. Anche quando lo schermo si spegne e la vita riprende il controllo, rimangono elementi simbolici: i cerchi che si intersecano continuano a esistere, in un bar, su una tovaglia, in un gesto o in un ricordo. È un film che accompagna quasi in silenzio, senza spiegare troppo, con la stessa misura con cui si beve l’ultima, anche quando non lo è davvero.
personaggi citati nel contenuto
- Francesco Sossai
- Adriano Candiago
- Pierpaolo Capovilla
- Filippo Scotti (Giulio)
- Krano
- Spigariol
- Carlobianchi
- Doriano
- Giulio
- Sergio Romano