Grassa fobia e beauty league: come stereotipi sul corpo alimentano un’industria intera
Quando il mondo dei social sembra una passerella senza attrito, emergono invece frizioni, paure e costi umani. Cristina Fogazzi e Clio Zammatteo raccontano l’impatto dell’esposizione mediatica, l’odio online, le conseguenze legate alla narrazione dei corpi e i mutamenti del settore dopo il caso Ferragni. Nel loro sguardo convivono fragilità personali e scelte di comunicazione precise, con un’idea comune: trasformare la visibilità in strumento di emancipazione e non in trappola.
odio online e classismo: il lato feroce della popolarità
Cristina Fogazzi e Clio Zammatteo descrivono un ambiente in cui la popolarità ha generato reazioni dure, soprattutto a danno della salute mentale. Clio ricorda il primo hater incontrato, una truccatrice che, usando un falso nome, la definì «un’inetta» incapace di combinare qualcosa nella vita. Il ricordo è accompagnato da una frase significativa: «Se avessi vent’anni oggi non riuscirei a reggere il colpo».
Più diretto è il racconto di Fogazzi, che ha scelto di rendere pubbliche le proprie imperfezioni come parte integrante del messaggio. Parla di una liberazione legata all’esibizione senza filtri, fino a condividere la propria immagine «in mutande, alla soglia dei cinquant’anni e in premenopausa». Nel suo racconto compare anche la componente insultante: chi scrive «cicciona» o «abominio» diventa il bersaglio di una risposta netta, mentre l’attenzione si sposta sulla motivazione che alimenta le critiche.
Il punto più acceso è il classismo percepito nelle accuse. Fogazzi riferisce di essere etichettata come «un’estetista ignorante», «una Wanna Marchi», «una cafona arricchita» o «una parvenu». Il ragionamento che emerge rovescia la narrazione: l’ascensore sociale femminile, secondo lei, resta bloccato, e si chiede «Vogliamo che restino ricchi sempre gli stessi?».
pandorogate e fine dell’intoccabilità: confini nuovi per influencer e web
Il settore dei social viene descritto come investito da un cambiamento dopo il caso Ferragni, che ha ridefinito l’atteggiamento verso chi lavora sul web. Fogazzi sostiene che la parola «influencer» sia diventata una definizione di cui vergognarsi dopo l’episodio, mentre Clio racconta un clima di panico: attorno a lei «tutti dicevano: ora non verremo più creduti».
collaborazioni, beneficenza e trasparenza: il caso Dolci Preziosi
Nel quadro del timore collettivo, Clio precisa che in passato aveva collaborato anche con Dolci Preziosi, collegando il progetto a un’associazione benefica. L’uscita dal contesto, però, viene motivata con un approccio opposto: l’importo destinato in beneficenza era definito dall’inizio, e l’ammontare delle vendite non aveva alcun collegamento con la cifra stabilita per il supporto.
Clio riflette inoltre sul senso di onnipotenza che può colpire chi raggiunge vertici elevati. Il pensiero riportato riguarda l’idea di essere intoccabili, con la convinzione che il pubblico perdonerà qualsiasi cosa. Nel suo caso, afferma di non essersi mai considerata «intoccabile» e di non aver basato l’immagine su ricchezza e vita sfavillante, preservando così la propria credibilità.
regola futura: charity separata dalle logiche commerciali
La regola per il futuro viene sintetizzata in modo netto: «Collaborazioni commerciali mischiate a operazioni di charity, mai più». In parallelo, Fogazzi rivendica la propria solidità sul piano numerico, dichiarando di essere «sempre stata più grande di Chiara» e collegando la propria sicurezza alla possibilità di essere «in fallo» solo in caso di scostamenti rilevanti. Il messaggio resta centrato sulla credibilità costruita nel tempo.
denaro, emancipazione e ambizione femminile
Parlare di soldi viene presentato come un tabù che Fogazzi e Clio vogliono infrangere. Fogazzi racconta di guidare un’azienda con 180 dipendenti (VeraLab) e di aver ottenuto, dall’ingresso di un fondo d’investimento, trenta milioni di euro. La ricchezza non viene descritta come elemento che indebolisce le convinzioni personali, perché radicate in una famiglia operaia della Valtrompia.
Il denaro, nel suo racconto, diventa leva concreta di emancipazione: ricorda che la madre le aveva trasmesso il messaggio secondo cui, con il carattere che ha, «quello ricco non lo troverai mai». A questa frase Fogazzi replica che la ricchezza sarebbe stata una scelta propria. La logica dell’ambizione emerge anche nella voce di Elena Midolo, CEO di ClioMakeUp, che invita a ricordare alle ragazze il compito di insegnare a non autosabotare l’ambizione.
da rivalità ad alleanza: nascita di beauty league
Il passaggio dalla tensione a un’alleanza stabile avviene dopo otto anni di gelo. L’origine viene attribuita a un’incomprensione nata da un commento negativo di Cristina su un articolo di un blog di Clio. Clio descrive che il commento riguardava soprattutto il suo ex marito Claudio, a cui veniva attribuita una risposta in modo negativo; da qui sarebbe scaturito «il patatrac».
incontro chiarificatore e nuove percezioni
Fogazzi tenta di riallacciare i rapporti, mentre Clio ammette di aver esitato per «quieto vivere familiare», alludendo alla presenza del tema legato all’ex marito. Un anno fa avviene l’incontro chiarificatore: Clio riferisce di essersi trovata davanti una donna «tostissima ma estremamente approcciabile», mentre prima della conoscenza la immaginava come una persona aggressiva. Da quella distanza nasce una descrizione più equilibrata: Fogazzi viene definita «morbida fuori e croccante dentro», senza doppia faccia e soprattutto onesta, elemento che per Clio rappresenta una novità nel mondo dell’online.
beauty league e sororità imprenditoriale
La collaborazione prende forma come Beauty League, unendo le community storiche delle «Ciompettis» (di Clio) e delle «Fagiane» (di Cristina). L’idea che emerge è che la sororità possa prevalere sulle logiche del discredito. La convergenza si concretizza anche nella lettura del contesto: le due realtà sottolineano che spesso, tra donne, si tende a «fare meno sistema».
Viene inoltre richiamata una motivazione economica legata al funzionamento dei social: la soglia di attenzione sarebbe ormai breve, circa un minuto e mezzo, e quindi funzionerebbero messaggi polarizzanti e senza sfumature. Clio e Fogazzi affermano che, se avessero scelto un dissing sanguinoso, avrebbero potuto ottenere visualizzazioni che non hanno raggiunto negli ultimi tre anni; la scelta di comunicare insieme, al contrario, passa dalla normalità.
La sintesi finale viene affidata a un’immagine: raccontare «persone normali» e posizionarsi come «low profile ladies» nel «patinato universo del beauty».
fragilità, perfezione tossica e lotta contro l’irrealtà dei social
La dimensione emotiva e psicologica emerge anche dietro la professione. Fogazzi racconta un dramma legato a un’infanzia segnata dai genitori con sindromi bipolari acute, tra dissesti finanziari e tentativi di suicidio della madre a cui ha assistito da bambina. La gestione di quell’esperienza viene collegata a sedici anni di psicoterapia e ad attacchi di panico. La frase riportata evidenzia un nodo centrale: «io ho visto mia madre polverizzarsi» e la difficoltà a riconoscere debolezza e punto di rottura.
Anche Clio descrive un’infanzia complessa, con genitori spesso assenti per lavoro e una madre ossessionata dal peso. Nel racconto viene riportato un comportamento di controllo attraverso foto e confronti: la madre chiedeva immagini del sedere «di fianco alle altre» per verificare che non ci fossero cambiamenti. Clio lega queste dinamiche a ciò che viene inculcato fin da bambine: un controllo costante per evitare di ingrassare.
relazioni, divorzio e impatto sulla community
Oggi Clio racconta di essere uscita da un divorzio che ha scosso anche la sua community e di aver vissuto una relazione finita in lacrime. Nel suo pensiero compare una difficoltà emotiva: «Mi innamoro di rado e delle persone sbagliate». Il passaggio attiva una riflessione sul vissuto di una madre single a 44 anni e sulle insicurezze sentimentali.
social, vigoressia e grassofobia: corpi come terreno di potere
Tra le battaglie condivise, si colloca la lotta contro l’irrealtà dei social e contro la vigoressia mascherata da benessere. Cristina denuncia chi si spaccia per modella grazie a un prodotto quando, secondo la sua ricostruzione, «si spacca di palestra, non mangia e ha una genetica fortunata», definendo questo tipo di comunicazione «meschino».
Il focus si allarga all’ipocrisia che coinvolge i corpi. Fogazzi afferma che la grassofobia sarebbe talmente interiorizzata da portare molti a scandalizzarsi per i farmaci dimagranti. La spiegazione che fornisce è legata all’idea che, rendendo il sogno accessibile, smette di essere considerato un valore. A suo dire, su quel valore si reggono un’industria intera e le sofferenze necessarie per raggiungere l’obiettivo. Clio aggiunge che la magrezza viene percepita come quasi un valore morale.
Personaggi citati: Cristina Fogazzi, Clio Zammatteo, Claudio (ex marito di Clio), Elena Midolo, Selvaggia Lucarelli, Chiara, Dolci Preziosi, Vanity Fair.


