Fabregas: mia figlia di 13 anni senza smartphone, tengo duro
Cesc Fabregas, ex calciatore e oggi allenatore alla guida del Como impegnato nell’impresa che porta alla prossima Champions League, racconta un’idea netta sull’equilibrio tra crescita, responsabilità e distrazioni moderne. Parlando della propria infanzia, il tecnico spagnolo descrive un periodo segnato da libertà, ossessione positiva per il gioco e un tempo pieno di esperienze concrete. Il contrasto con l’attualità diventa poi il cuore del messaggio: smartphone e social, secondo Fabregas, stanno sottraendo spazio alle nuove generazioni, incidendo sul modo di vivere la quotidianità e perfino sul campo da calcio.
cesc fabregas e la libertà creativa dell’infanzia
La memoria di Fabregas richiama una sensazione precisa: quella gioia e quella sensazione di libertà creativa che nascono quando il tempo non viene frammentato. Rievoca in particolare il periodo estivo, quando i genitori lo lasciavano dai nonni. Davanti casa c’era un campetto da cinque contro cinque e, dall’alba al tramonto, il bambino restava lì, attento ai suoni e immediatamente pronto a scendere in campo.
La routine descritta è semplice e totale: bastava sentire il rumore del pallone e scattare giù di corsa. Fabregas definisce quell’atteggiamento una magnifica ossessione, un modo di vivere il gioco come passione assoluta, senza interruzioni e senza dispersioni.
smartphone e social: tempo occupato e rischio di disconnessione dalla realtà
La prospettiva cambia radicalmente quando Fabregas parla del presente. Secondo l’allenatore, la società digitale sta occupando le giornate, sottraendo minuti fondamentali alla crescita. Nel suo racconto emerge una critica diretta: il tempo sarebbe finito nelle mani di iPad, social e contenuti che, a suo dire, finiscono per “divorare” il tempo dei bambini.
Il tema non riguarda solo la quantità di ore, ma anche la qualità dell’esperienza: l’illusione di vivere in un contesto non reale. L’esaltazione o l’insulto ricevuti online, per Fabregas, sarebbero spesso legati a persone che non sono realmente presenti nella relazione quotidiana. Sottolinea un meccanismo di distanza: chi interagisce sui social sarebbe talvolta robot o comunque individui frustrati e rancorosi, capaci di dimenticare in poco tempo persino di essersi occupati di qualcuno.
protezione dei figli: niente telefono fino a sedici o diciassette anni
Fabregas sposta la questione sul terreno familiare, collegando l’idea di protezione all’uso consapevole delle tecnologie. Racconta di sua figlia, di tredici anni: sarebbe l’unica della classe a non avere un telefono. Pur comprendendo l’eventuale fastidio della ragazza, il tecnico afferma di resistere nella scelta.
Nel suo piano, l’età indicata per l’accesso ai dispositivi sarebbe tra sedici e diciassette anni. La linea è chiara: per il momento niente Instagram e niente Twitter, con l’obiettivo di preservare l’adolescenza e di evitare che il telefono divori il tempo della vita. L’intento dichiarato è far sì che l’utilizzo diventi consapevole, non un’occupazione costante.
social e calcio: pazienza ridotta e difficoltà a concentrarsi
Il ragionamento di Fabregas non resta confinato all’ambito privato. Secondo il tecnico, il problema si riflette anche sul campo da calcio, in relazione al comportamento dei calciatori. Osserva mancanza di pazienza e difficoltà a mantenere la concentrazione oltre pochi minuti. A suo dire, il sistema di abitudini digitali porterebbe a dover cambiare rapidamente argomento e a non riuscire a fare una cosa per volta.
Un ulteriore punto emerge nel modo di vivere l’errore: se un giocatore sbaglia un passaggio, l’atmosfera sarebbe quella di una “fine del mondo”. Fabregas, invece, ribadisce un concetto diverso: sbagliare è naturale e, per lo sviluppo, sarebbe anche necessario. Collegata a questa idea c’è la questione dell’emozione in debutto: chi entra in prima squadra dovrebbe essere emozionato e legato al collettivo. Nel racconto del tecnico, però, alcuni resterebbero seduti con il telefonino in mano, con una domanda esplicita: dov’è la gioia?
l’antidoto di fabregas: festeggiare ogni traguardo
Per contrastare la perdita di motivazione e la disconnessione dall’importanza del momento, Fabregas lavora a un metodo pratico. Definisce un antidoto concreto: far festeggiare. Nel dettaglio, la celebrazione viene collegata a eventi significativi, dall’esordio fino a un compleanno, passando per il primo gol.
L’obiettivo dichiarato è far sì che i giocatori percepiscano il valore di ciò che stanno facendo. La visione finale sintetizza l’approccio complessivo: vivere la gioia e celebrare ogni piccolo passo della vita, trasformando i momenti quotidiani in occasioni di consapevolezza e partecipazione emotiva.
