Sono io la vera Emily de Il diavolo veste prada: la testimonianza di Leslie Fremar su scrivania e bagno
“Lei sono io, io sono Emily”. Leslie Fremar racconta di aver riconosciuto una connessione diretta tra la propria esperienza e la costruzione del personaggio Emily Charlton, reso celebre dal romanzo e poi dalla trasposizione cinematografica di “Il Diavolo veste Prada”. La consapevolezza nasce leggendo le bozze del testo, che avrebbero finito per incidere in modo duraturo sulla percezione pubblica dell’editoria di moda. Fino a quel momento, la donna che aveva offerto il modello al personaggio aveva scelto di mantenere un profilo riservato, decidendo invece di parlarne apertamente nell’ultimo episodio del podcast “The Run-Through with Vogue”.
Nel ripercorrere le fasi che hanno segnato la propria carriera, Fremar riporta il racconto agli anni Novanta, quando venne assunta come prima assistente della direttrice di Vogue America, Anna Wintour. Dal contesto lavorativo emergono dettagli che, secondo le sue parole, coincidono con quanto poi ricreato nella finzione: una macchina organizzativa intensa, regole stringenti e una pressione costante sull’immagine.
leslie fremar e la scoperta dell’ispirazione di emily charlton
La svolta avviene attraverso la lettura anticipata delle bozze del romanzo: Fremar descrive la propria presa di coscienza con una frase netta, “Lei sono io, io sono Emily”, legando il proprio passato professionale al personaggio della storia. L’assenza di esposizione pubblica fino a quel punto viene presentata come una scelta personale, poi superata con l’intervento nel podcast The Run-Through with Vogue, incentrato su retroscena e ricostruzioni legate al mondo della moda editoriale.
le regole della scrivania e la frase iconica a vogue
Nel descrivere le dinamiche che si riflettono sullo schermo, Fremar racconta il ruolo assunto all’interno della redazione. Dopo essere stata scelta come braccio destro di Anna Wintour, nel giro di appena sei mesi la necessità di coprire un’esigenza operativa porta alla creazione di una figura parallela: una seconda assistente, individuata in Lauren Weisberger, destinata a diventare autrice del bestseller.
Il clima degli uffici viene restituito attraverso regole percepite come rigide fin dai primi giorni. Fremar riporta l’imposizione di vincoli concreti legati alla quotidianità lavorativa: divieto di mangiare alla scrivania e limitazioni anche nella gestione dei bisogni personali. In base a quanto riferito, una delle assistenti doveva restare sempre presente, rendendo l’organizzazione ancora più stringente.
strategie di sopravvivenza e dettagli che richiamano il personaggio
Per sostenere l’intensità del ritmo e mantenere un’immagine sempre curata, Fremar descrive una strategia pratica. Sotto la postazione nascondeva un paio di calzature Birkenstock, tenute pronte all’uso per far fronte a lunghe giornate. La scelta nasce dal timore di non reggere: non sapeva se sarebbe riuscita a sopravvivere un’intera giornata sui tacchi, e l’adozione di un piano B diventa parte della quotidianità.
Un’ulteriore conferma dell’allineamento tra esperienza personale e narrazione emerge attraverso una frase diventata simbolo. Fremar racconta di averla pronunciata nei corridoi di Vogue: “Un milione di ragazze ucciderebbero per questo lavoro”. Nella ricostruzione fornita, la frase viene presentata come un manifesto che poi avrebbe trovato spazio nella costruzione del film.
il rapporto con la scrittrice e l’interruzione dei contatti
Secondo il racconto di Fremar, se nel cinema la figura di Emily Charlton beneficia di un percorso di trasformazione e di un legame definito come agrodolce con Andy Sachs, la realtà vissuta nel contesto lavorativo risulta più netta. Il romanzo, per Fremar, viene descritto come un tradimento personale legato alla posizione di ex sottoposta e alla relazione interna tra le figure coinvolte.
Il punto centrale del racconto è la distanza instauratasi dopo la fine del mandato a Vogue America. Fremar afferma che tra lei e Weisberger non c’è stato un dialogo e non si sono più rivolte la parola dopo l’addio. Anche riguardo a possibili chiarimenti futuri, la risposta viene resa in modo essenziale e definitivo: alla domanda su cosa direbbe oggi in caso di incontro casuale, Fremar risponde “Non c’è niente da dire”.
il ritorno a vogue e l’incarico di styling per kamala harris
L’esperienza in quell’ufficio viene indicata come un passaggio decisivo per l’evoluzione professionale. Oggi Leslie Fremar risulta una delle stylist più quotate di Hollywood e viene descritta come responsabile dell’immagine di star internazionali, tra cui Charlize Theron. L’apice della gratificazione personale viene collocato oltre 25 anni dopo il momento in cui lasciò il ruolo da assistente.
La chiusura del cerchio arriva grazie a una telefonata inaspettata di Anna Wintour. La direttrice affida a Fremar un incarico di prestigio: curare lo styling dell’ex vicepresidente Kamala Harris per un servizio fotografico destinato a Vogue America. Nella ricostruzione fornita, si tratta di un’opportunità che supera altre esperienze pregresse: Fremar sottolinea di aver lavorato su copertine internazionali, ma di non aver mai curato Vogue America prima di quel momento.
Il ritorno viene descritto come un segnale di compimento. Fremar definisce l’evento come “chiudere un cerchio” e indica quel momento come quello di cui si sente più fiera.
figure e nomi citati nel racconto di leslie fremar
- Leslie Fremar
- Anna Wintour
- Lauren Weisberger
- Charlize Theron
- Kamala Harris
- Emily Charlton
- Andy Sachs


