Giovanni Allevi, dopo la chemio a 63 chili: tra vita e morte e la speranza che non si arrende

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Giovanni Allevi, dopo la chemio a 63 chili: tra vita e morte e la speranza che non si arrende

Giovanni Allevi torna al centro della scena raccontando, con lucidità e schiettezza, la battaglia contro il mieloma multiplo che ha cambiato radicalmente la sua quotidianità. Nel salotto di Verissimo, ospite di Silvia Toffanin nella puntata del 4 aprile 2026, il pianista e compositore marchigiano ripercorre le fasi più dure della malattia e il modo in cui ha cercato di dare un senso alla sofferenza.

giovanni allevi e il mieloma multiplo: i segni indelebili della malattia

La confessione di Allevi parte dai segni fisici lasciati dalla patologia: dolore cronico alla schiena, due vertebre compromesse, tremore alle dita e formicolio, oltre a freddo improvviso e a una stanchezza profonda e perenne. La narrazione mette in evidenza la dimensione persistente del problema, descritta non come episodio isolato, ma come presenza costante nel corpo.

il momento della svolta dopo la chemio: identità oltre la sofferenza

Nel ripercorrere la degenza oncologica, Allevi indica il punto esatto in cui ha maturato una scelta interiore. La svolta nasce quando, dopo la chemio, il peso arriva a 63 chili e la percezione del limite diventa totale: terapie ritenute inefficaci, un equilibrio tra vita e morte e la necessità di interrogarsi su chi sia, davvero, dentro quella crisi.

Il compositore racconta la domanda che lo ha accompagnato: “ma chi sono io?”. Da lì prende forma una risposta essenziale: se la malattia occupa il corpo, una parte diversa dell’identità resta comunque intatta. L’intuizione si traduce in un’immagine ripetuta ancora oggi nei momenti difficili: la sofferenza come nuvola e l’io come cielo, qualcosa che non può essere toccato da niente.

speranza e musica in ospedale: la composizione come ancora

Tra i temi centrali del racconto emerge la necessità di mantenere viva la speranza. Allevi afferma che la speranza non può essere tolta e che, nella solitudine della degenza, ha avuto un riferimento concreto: la composizione musicale. È durante il periodo sul letto d’ospedale che dà forma a un lavoro: un concerto per violoncello e orchestra.

La musica nasce come gesto emotivo e simbolico. Allevi descrive il concerto come una partenza composta da sette note, collegate alla trasformazione in musica delle sette lettere della parola “mieloma”. L’idea non è solo artistica: diventa anche un tentativo di proteggersi psicologicamente, un modo per provare a “ammansire” la malattia attraverso la creazione.

mieloma come “mostro” che dorme: la lotta quotidiana tra paura e determinazione

Allevi descrive il mieloma con un linguaggio fortemente figurativo, attribuendogli le sembianze di una creatura con cui fare i conti ogni giorno. Racconta di averlo guardato negli occhi senza intimidimento e di averne persino reso possibile l’“addormentamento” con immagini poetiche, come gesti di carezze sotto al mento che lo rendono apparentemente calmo.

Il punto decisivo è la consapevolezza dell’imprevedibilità: il “mostro” potrebbe svegliarsi da un momento all’altro. Allevi traduce questa certezza in un’espressione netta: “ora vivo pericolosamente”, con l’idea che finché la malattia resta “dormiente” si può continuare a vivere intensamente.

cure continue e comunità dei malati: l’istituto dei tumori come luogo sacro

La malattia, secondo quanto riferito, è cronica e richiede cure per tutta la vita. La speranza resta quindi legata al fatto che il mieloma non torni a manifestarsi di nuovo. In questo percorso terapeutico, Allevi racconta anche un contatto umano profondo con gli altri malati oncologici.

Il compositore definisce l’istituto dei tumori come un luogo sacro, popolato da persone che considera guerrieri e guerriere. La vicinanza quotidiana alimenta in lui affetto profondo e ammirazione nobile per chi vive la stessa condizione e continua a lottare.

l’applauso in corsia: un gesto che resta nel cuore

Nel ricordo più commovente, Allevi parla di un episodio vissuto mentre attendeva in fila per le terapie. In quel momento, dalle persone presenti parte un applauso. Il compositore confessa che lo ha sorpreso: aveva un nodo in gola e avrebbe voluto che quell’applauso fosse rivolto a tutti loro. Pur avendo ricevuto molti consensi nella carriera, quello specifico gesto lo descrive come un ricordo indelebile.

ritorno ai concerti e sfide fisiche: dal fiato spezzato al tremore sotto le luci

Oggi Allevi racconta di essere tornato a esibirsi in giro per il mondo, pur affrontando limiti fisici importanti. Guardando ai primi live dopo la malattia, ricorda due esperienze con un contrasto netto: a Buenos Aires l’esito è stato positivo, mentre a Stoccarda si è presentato in condizioni difficili, definendosi in “stato pietoso”.

La ripresa prima del concerto è descritta come un lavoro di respiro e recupero, fino a quando l’esecuzione prende avvio. Al terzo brano arriva un’ondata di tremore e Allevi dice di aver stretto i denti per proseguire.

una scelta sul futuro: vivere con intensità, oltre le statistiche

Alla richiesta di leggere il proprio percorso clinico attraverso i numeri, Allevi risponde opponendo la forza della vita. Le statistiche, secondo quanto riportato, suggerirebbero un futuro limitato; il compositore però dichiara di non crederci. Il suo “domani” diventa un presente allargato: l’obiettivo è vivere con intensità e considerare ogni attimo come qualcosa di prezioso.

In chiusura, il racconto collega consapevolezza e dolore: senza il buio della malattia, secondo la sua interpretazione, non si sarebbe arrivati a quella visione del tempo e della vita.

ospiti e figure presenti nel racconto

  • Giovanni Allevi
  • Silvia Toffanin
Giovanni Allevi: “Ho toccato il fondo dopo la chemio: pesavo 63 chili, ero in bilico tra la vita e la morte. La malattia mi ha lasciato segni indelebili, dicono che non vivrò a lungo ma non ci credo”
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