Crisi energetica nel golfo: petrolio oltre 115 dollari dopo gli attacchi USA all Iran
La sicurezza energetica globale entra in una fase di forte tensione: gli attacchi contro Teheran, la pressione sullo stretto di Hormuz e la rincorsa dei prezzi stanno determinando una crisi considerata eccezionale per intensità e per impatto sulle forniture. Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, mette a confronto l’attuale scenario con eventi storici, arrivando a definire la situazione più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme, con conseguenze potenzialmente amplificate dal fatto che l’interruzione dell’approvvigionamento energetico non era mai stata osservata a quel livello.
Nel frattempo, mentre l’attenzione resta concentrata sull’evoluzione militare e sulla scadenza di un ultimatum legato allo Stretto, i mercati reagiscono con rialzi rapidi dei valori del petrolio, in un quadro in cui l’offerta globale viene ulteriormente compressa.
crisi energetica globale: impatto paragonato a shock storici
Fatih Birol descrive la crisi come un evento di portata straordinaria, sostenendo che il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione dell’approvvigionamento energetico di tale ampiezza. Il riferimento è a una sequenza di fattori che include la tensione militare tra Stati Uniti e Israele, la risposta delle rotte nel Golfo e la pressione esercitata dalla possibilità di blocco di Hormuz, con effetti diretti sull’architettura complessiva delle forniture.
Le conseguenze, secondo quanto riportato, colpiscono con maggiore intensità i paesi in via di sviluppo: l’aumento del prezzo dei combustibili rischia di trasformarsi rapidamente in instabilità economica e sociale, amplificando la fragilità già presente in queste aree.
misure di emergenza e riduzione della domanda: interventi in coordinamento
Per limitare lo shock, i paesi membri dell’Agenzia hanno avviato il rilascio di una parte delle riserve strategiche. Il processo risulta però ancora in corso e, da solo, viene indicato come insufficiente a compensare una perturbazione simultanea di due elementi: rotte marittime e capacità di esportazione iraniana.
Parallelamente, l’Aie lavora con i governi per predisporre misure di emergenza volte a ridurre la domanda. Le azioni citate comprendono:
- più lavoro da casa per ridurre i consumi di carburante
- limitazione dei viaggi aerei per lavoro
- abbassamento dei limiti di velocità in autostrada
- promozione del trasporto pubblico
- limitazione della circolazione delle auto private con interventi come le targhe alterne
attacchi e produzione: nuove colpite e offerta sotto ulteriore pressione
Le evoluzioni sul campo continuano a incidere sul livello dell’offerta. Martedì, le forze statunitensi hanno colpito altri 50 obiettivi sull’isola di Kharg, indicata come il principale hub di esportazione del petrolio iraniano. La compromissione dell’impianto riduce ulteriormente l’offerta globale, proprio mentre le rotte nel Golfo sono considerate sotto pressione.
La risposta dei mercati è immediata: il West Texas Intermediate supera i 115 dollari al barile, mentre il Brent sale oltre i 110.
arabia saudita: prezzi del greggio e sovrapprezzi record
Nel quadro di tensione dei rifornimenti, lunedì l’Arabia Saudita ha alzato i prezzi del greggio a livelli indicati come mai visti. Saudi Aramco, secondo quanto riportato, ha collegato la decisione alla necessità di riorganizzare le rotte e deviare parte dei carichi.
Per il suo greggio Arab Light, la compagnia applicherà per le forniture all’Asia un sovrapprezzo di 19,5 dollari al barile rispetto al prezzo di riferimento Oman-Dubai, configurandosi come record storico. Per l’Europa, invece, i clienti dovranno pagare tra 24 e 30 dollari sopra il Brent.
accordo dei produttori e limiti operativi: aumento da maggio ma con difficoltà
Domenica i principali Paesi produttori di petrolio hanno concordato un incremento delle quote di produzione pari a 206.000 barili al giorno a partire da maggio. L’impostazione, però, viene considerata rischiosa sul piano pratico: con la guerra contro l’Iran, si sarebbero interrotte le esportazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, cioè i paesi indicati come quelli in grado di aumentare in modo significativo l’output.
