Crack e tatuaggio per uccidere O Zulu, Luca Persico perde 30 chili e racconta la storia
La storia di Luca Persico, in arte ‘O Zulu, attraversa musica, identità e cadute profonde, fino a trasformarsi in un racconto teatrale capace di mettere a fuoco luci e ombre senza filtri. Con la hit “Curre curre guaglió” legata all’omonimo film di Gabriele Salvatores, Persico e i 99 Posse hanno raggiunto vette di popolarità, conquistando classifiche, piazze e centri sociali in tutta la penisola. Oggi, a 54 anni, l’artista rilegge la propria traiettoria in una intervista a Repubblica, in occasione del nuovo progetto teatrale “Violenti”, descrivendo un percorso segnato da un successo che ha schiacciato e da una discesa volontaria nell’abisso della tossicodipendenza.
‘O Zulu e la svolta: dall’identità costruita alle conseguenze
Persico chiarisce che la sua figura pubblica non è nata come imposizione esterna: “Io il personaggio me lo sono proprio inventato. Non me l’hanno appiccicato addosso, gli ho dato un nome, ’O Zulu, e me lo sono costruito io”. Con il passare degli anni, però, quella stessa impalcatura avrebbe iniziato a opprimerlo. Il punto di rottura, nella sua ricostruzione, arriva quando decide di “uccidere” l’alter ego: “Allora l’ho dovuto uccidere”.
Il mezzo scelto viene descritto come un gesto radicale: Persico racconta di essere finito “a capofitto nelle droghe pesanti pubblicamente”, con l’obiettivo dichiarato di far sì che “nessuno gli desse più un euro di stima”. Un passaggio paradossale se si considera che con i 99 Posse erano presenti, nei testi, posizioni contrarie all’uso di sostanze stupefacenti. Persico spiega che, provenendo da una “cultura precisa”, aveva sempre scansato quelle droghe per motivi ideologici; quando però l’ideologia avrebbe iniziato a “traballare”, la scelta sarebbe diventata anche provocazione.
Il crack come “demone” e la perdita di controllo
La provocazione, nel racconto, cambia natura fino a diventare una trappola. Persico afferma che il meccanismo sfugge di mano perché chi “giocherella con quelle cose” pensando di comandare “sbaglia”: prima o poi ci si perde e, dentro quel mondo, non esiste una vera via di salvezza. In questo quadro, Persico individua nel crack il fattore determinante: “Il crack è stato il mio demone”.
La risalita tra il 2007 e il 2008 e la svolta del 2009
Secondo la sua testimonianza, la risalita dal baratro comincia tra il 2007 e il 2008. Quando lo scenario è descritto come totale, Persico ricorda un crollo anche nel rapporto con la famiglia: “neanche più i miei genitori mi rispettavano”. A quel punto, racconta di aver ricominciato “da zero”.
Il 2009 segna un passaggio ulteriore: arriva prima il matrimonio e poi la “vera, grande rivoluzione”, la nascita del figlio Raul. Il nome del bambino, sottolinea Persico, non deriverebbe da riferimenti politici a Fidel Castro, come talvolta si pensa, né dall’avversario del celebre anime “Ken il guerriero”. Persico fornisce invece il criterio pratico e personale: “Mi serviva un nome di quattro lettere perché ci stava bene con il mio cognome Persico: se la giocavano Ciro e Raul”. La scelta cade su Raul perché sarebbe parso “più difficile da dimenticare”.
Paternità, salute e corsa: il cambio radicale
La paternità viene presentata da Persico come un salvavita su più piani: mentale, artistico e anche fisico. L’artista racconta di essere sempre stato sovrappeso, fino a sfiorare l’obesità. Un episodio medico, descritto come decisivo, lo spinge verso un cambiamento netto: un parente medico gli avrebbe chiesto “ma come respiri? Guarda che rischi grosso per il cuore”. Il giorno successivo, Persico va da una dietologa, perde trenta chili e scopre “la corsa”.
Oggi, Persico vive in un paesino sulle montagne avellinesi, insieme alla compagna e al figlio 13enne, con uno stile di vita più salutare, mantenendo però un legame con ironia e provocazione.
Provocazione e ironia oggi: il tatuaggio “TDM”
Tra i simboli presenti nel racconto emerge il tatuaggio sulla pancia con la sigla “TDM”, indicata come “Terrone Di Merda”. Persico precisa però che, in famiglia, l’acronimo assumerebbe un significato diverso: “Mia mamma preferisce pensare che significhi ‘Tesoro Di Mamma’”.
Persico e la nuova scena rap: “i disagiati” e la sensibilità del figlio Raul
Persico guarda con attenzione alla nuova generazione, definendola con un termine affettuoso: “i disagiati”. Spiega che il termine non nasce con l’intenzione di offendere, perché si sente “disagiato” in prima persona. Dopo un lungo periodo di assenza, i giovani affollerebbero di nuovo i suoi spettacoli, diventando un punto di riferimento per comprendere il presente.
Dal racconto emerge anche l’interesse per figure come Baby Gang e Simba La Rue. Persico osserva che avrebbero tratti simili a ciò che erano stati in passato: “Vengono dalla periferia della periferia della periferia” e avrebbero trasformato la condizione in un elemento di vanto, non di vergogna.
Nel medesimo contesto, Persico mette in evidenza la sensibilità del figlio Raul. Racconta che Raul “scarta i pezzi” quando contengono anche solo una parola con cui viene definito un intero mondo che non gli piace, rifiutando il sessismo strisciante presente in una parte della musica contemporanea.
personaggi citati nel racconto
- Luca Persico, in arte ‘O Zulu
- 99 Posse
- Gabriele Salvatores
- Raul
- Baby Gang
- Simba La Rue


