Butera condannato a pagare 33.000€ per commenti su : attesa la Cassazione

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Butera condannato a pagare 33.000€ per commenti su : attesa la Cassazione

Una vicenda nata nel 2018, tra un post su Facebook e una contestazione sulla ricostruzione dei fatti, si è trasformata in un caso giudiziario destinato a riaccendere il confronto su responsabilità, moderazione e libertà di informare nell’ecosistema digitale. Al centro della scena c’è Fabio Butera, giornalista videomaker oggi giornalista Rai, che ha contestato una versione dei fatti rilanciata anche da esponenti politici. La decisione della magistratura, poi, ha condotto a una condanna di rilievo economico e a nuove questioni sul ruolo dei commenti pubblicati da terzi sotto un contenuto ritenuto legittimo.

fabio butera e il post facebook del 2018

La storia prende avvio da un post su Facebook pubblicato nel 2018. Dopo aver compiuto verifiche sulle fonti, Fabio Butera, in un’azione di contestazione, ha messo in discussione la ricostruzione proposta da un articolo del Giornale di Vicenza. Oggetto della contestazione erano le proteste attribuite a richiedenti asilo in un centro della città veneta, proteste collegate, secondo la versione diffusa, all’esigenza di poter seguire il campionato su Sky.

La notizia era stata rilanciata da esponenti politici nazionali di primo piano, innescando un clima di discorsi d’odio verso i migranti. Secondo quanto verificato dal giornalista, la ricostruzione risultava invece imprecisa rispetto ai fatti.

tribunale e sentenza: legittimità del post e condanna a 33mila euro

Portato in tribunale dall’autore dell’articolo, Butera ha ottenuto una prima parte della decisione favorevole. Il giudice ha stabilito che quanto scritto nel post fosse documentato e legittimo.

La seconda parte della sentenza ha però portato un esito differente e più complesso: Fabio Butera è stato condannato a risarcire 33mila euro. Il punto centrale della condanna riguarda i commenti di terzi apparsi sotto il post.

la responsabilità per i commenti non rimossi

Il reato contestato riguarda commenti scritti da altre persone sotto il suo post. Butera non avrebbe letto quei commenti e nessuno avrebbe richiesto la loro rimozione, né attraverso gli strumenti di segnalazione di Facebook.

Nonostante ciò, la condanna è stata motivata dal fatto che, tra le centinaia di commenti comparsi, non sarebbero stati rimossi quelli ritenuti problematici. Secondo l’impostazione del giudizio, la conoscenza dei commenti sarebbe desumibile dal fatto che, dopo la pubblicazione originaria, Butera avrebbe pubblicato altri due interventi sulla propria bacheca Facebook.

obblighi di moderazione e dubbi sulla libertà di informare

La vicenda solleva interrogativi sull’uso dei social e sull’equilibrio tra informazione e responsabilità. Il caso mette in evidenza questioni pratiche e giuridiche: è realista pensare che un utente possa controllare centinaia di commenti in tempo reale? Inoltre, si chiede se a un profilo personale possa essere applicato un obbligo di moderazione simile a quello previsto per una testata giornalistica, e con quali criteri debba avvenire l’intervento.

effetti giurisprudenziali e rischio di autocensura

Secondo l’impostazione descritta, la sentenza non riguarda esclusivamente Butera. Il caso potrebbe avere una portata più ampia, con la possibilità di creare precedenti nel campo dei social-media.

Se la condanna dovesse essere confermata, l’obbligo di rimozione basato sulla presunta conoscenza dei commenti apparirebbe eccessivamente gravoso per qualsiasi scrivente. In parallelo, viene indicato un rischio concreto: l’autocensura, con una conseguenza potenziale sul dibattito pubblico e sull’espressione, specialmente per giornaliste e giornalisti che utilizzano i social come strumenti di lavoro.

il richiamo di article 19

Nel quadro descritto, viene riportato l’avvertimento dell’organizzazione internazionale Article 19. L’ipotesi prospettata è che l’impostazione della condanna possa arrivare a limitare la libertà di espressione e il confronto pubblico, aumentando l’attenzione alla forma e ai contenuti pubblicati online.

sit-in davanti alla corte di cassazione e parole di solidarietà

In un giorno collegato alla valutazione della vicenda da parte della Suprema Corte, l’associazione GVpress, che riunisce giornalisti-videomaker, ha organizzato un sit-in di solidarietà davanti alla sede della Corte di Cassazione. La manifestazione ha ricevuto il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Usigrai, oltre che della Rete No Bavaglio.

Durante il presidio, è intervenuto Fabio Butera, in un contesto in cui era presente anche il senatore Filippo Sensi. Nel corso del suo intervento, Butera ha collegato la propria vicenda alla necessità di difendere il dibattito pubblico da attacchi violenti e discorsi d’odio, richiamando l’attenzione verso categorie più fragili che potrebbero non avere strumenti per contrastare narrazioni offensive, anche sui social, considerati ormai uno spazio rilevante per chi fa informazione.

È stata ribadita anche la tesi centrale: essere condannati per i commenti di terzi sotto un post considerato legittimo sarebbe un onere troppo gravoso. Butera ha richiamato che, secondo quanto sostenuto, non ci sarebbe stata adesione a quei commenti e non sarebbe stata fatta interazione con essi, oltre a non esserci prova che siano stati letti o che qualcuno avesse chiesto la rimozione.

Butera ha inoltre citato quanto riportato da Article19, affermando che responsabilità di primo e secondo grado porterebbero a un’attribuzione non riconosciuta in Europa nemmeno alle piattaforme social.

le domande sulla portata della rimozione

Nel corso del presidio, il giornalista ha formulato quesiti relativi all’estensione dell’eventuale obbligo: sarebbe stato necessario cancellare solo parolacce o tutte le critiche scritte da terzi sotto il post? E ancora: i commenti offensivi nei suoi confronti avrebbero dovuto essere rimossi integralmente?

Butera ha dichiarato che, dopo la condanna, non ha più utilizzato i social. Nel ragionamento riportato, il rischio principale sarebbe l’autocensura, con la conseguenza di ridurre il dibattito e lasciare spazio soprattutto a contenuti prodotti, anche, tramite intelligenza artificiale. La sentenza della Cassazione è attesa nelle prossime ore.

personaggi citati nella vicenda

  • Fabio Butera
  • Filippo Sensi
Condannato a pagare 33mila euro per i commenti sotto un suo post giudicato legittimo: il caso del giornalista Fabio Butera all’esame della Cassazione

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