Asia in crisi energetica: conseguenze della guerra in medio oriente

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Asia in crisi energetica: conseguenze della guerra in medio oriente

La crisi energetica alimentata dal conflitto in Medio Oriente sta rimescolando le priorità economiche e industriali di un’area già naturalmente esposta agli shock sulle rotte delle forniture. Le valutazioni di mercato indicano che l’Asia rischia di essere la regione più colpita, con ripercussioni che emergono sia sul fronte dei prezzi sia sulla disponibilità di carburanti ed energia. Mentre alcuni Paesi cercano coperture emergenziali, altri provano a difendersi con scorte e con piani di transizione energetica, sebbene i tempi non siano compatibili con le urgenze del breve periodo.

Asia vulnerabile alle interruzioni energetiche globali

Secondo Jean Maynier, presidente di Kpler, la regione asiatica, almeno per ora, risulta tra le aree maggiormente esposte. La ragione principale risiede nella presenza di risorse proprie insufficienti a compensare le carenze che si stanno consolidando. Il quadro non riguarda soltanto economie specifiche: colpisce la sostenibilità delle catene di approvvigionamento e rende difficili le coperture sia per grandi consumatori sia per mercati che dipendono in larga parte dal commercio estero.

Un segnale tangibile arriva dalle Filippine, dove il governo ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale, diventando il primo Paese a compiere tale scelta. Le riserve disponibili, nell’interpretazione riportata, non sarebbero sufficienti per coprire l’intero fabbisogno, citando anche la Cina come destinataria di forniture che, al momento, non riuscirebbero a reggere la domanda di grandi economie come Filippine e Indonesia. Ne risulterebbe una vera e propria crisi energetica.

effetti sulle forniture e misure emergenziali in Asia

Le dinamiche richiamate smentiscono l’idea che la Repubblica popolare possa beneficiare automaticamente della chiusura dello Stretto di Hormuz, anche grazie a riserve strategiche e a politiche di spinta sulle rinnovabili. L’impatto della crisi, infatti, si riflette anche nel Paese considerato storicamente tra i più vicini a Teheran. Dall’inizio del conflitto, Pechino ha limitato le spedizioni estere di fertilizzanti, diesel e carburanti per aerei. Parallelamente, gli aumenti dei costi degli idrocarburi — con riferimento a benzina e gasolio — hanno reso necessari interventi per gestire l’impatto sui consumatori finali, attraverso meccanismi di controllo dei prezzi.

stretto di hormuz: calo dei passaggi e destinazioni difficili

In condizioni normali, circa l’84% del greggio e l’83% del gas naturale liquefatto transitano attraverso lo Stretto con direzione verso l’Asia. Anche se il blocco parziale è descritto come limitato a paesi considerati ostili, la realtà dei flussi segnala effetti indiretti che ricadono su più governi asiatici. La sequenza di assegnazioni di lasciapassare, con riferimenti a diversi Paesi tra cui Thailandia, Malaysia, Bangladesh, Pakistan, Giappone e Filippine, convive con un dato operativo: la riduzione degli attraversamenti ha spinto diversi attori governativi ad adottare misure d’emergenza.

misure operative: sussidi, settimana corta e divieti

Tra gli interventi richiamati figurano iniziative come settimana lavorativa di quattro giorni, sussidi sul carburante e divieti di esportazione di combustibili. La riduzione della circolazione navale viene quantificata al 31 marzo: risultavano solo 196 passaggi di navi mercantili nello Stretto, con un calo definito drastico rispetto al periodo prebellico. Di quei passaggi, 120 riguardavano petroliere e navi gasiere, con la maggior parte orientata verso l’uscita ad est, cioè verso l’area che assorbe maggiormente le importazioni.

flotte anonime e stime sui volumi transitati

Rintracciare le destinazioni finali, nel quadro descritto, non è semplice. Una parte consistente del commercio petrolifero avverrebbe tramite flotte “ombra”, cioè petroliere non registrate o sanzionate, con bandiere di comodo e Automatic Identification System (AIS) spenti, così da rendere meno trasparente la rotta. Nelle stime riportate da TankerTrackers.com, dall’inizio del conflitto fino al 10 marzo l’Iran avrebbe fatto transitare almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso Hormuz, con volumi perlopiù diretti verso la Cina. La dipendenza cinese dallo Stretto è descritta in termini percentuali: 45% delle forniture petrolifere, contro 6,6% del consumo energetico totale.

cina relativamente più al riparo: scorte e mix energetico

Nonostante le pressioni, la Cina viene indicata come relativamente più protetta rispetto ad altre economie. Un elemento centrale è la disponibilità di scorte di petrolio stimate tra 104 e 120 giorni. In parallelo, viene citato un report di Goldman Sachs che collega gli alti prezzi del greggio — oltre 100 dollari al barile — a una revisione al ribasso delle prospettive economiche: il documento indica una riduzione delle previsioni di crescita del PIL della Cina di 20 punti base, con un impatto descritto come circa metà rispetto ai 40 punti base tagliati per gli Stati Uniti e inferiore rispetto ai livelli sottratti alle altre economie emergenti asiatiche.

mix energetico diversificato e crescita della componente nazionale

Tra i motivi addotti emerge la maggiore varietà del mix energetico accumulato. Nel 2024, greggio e GNL costituirebbero solo il 28% del consumo di energia primaria della Repubblica popolare, uno dei livelli più bassi al mondo. Inoltre, viene sottolineata la crescita rapida della produzione interna di gas. La resilienza è rafforzata anche dall’ampiezza delle fonti alternative: nucleare, eolica, solare e idroelettrica avrebbero raggiunto circa il 40% dell’elettricità nazionale, valore quasi doppio rispetto a dieci anni fa, quando si attestava al 26%.

transizione energetica cinese: idrogeno e nucleare tra piani e tempi

In fase di turbolenze internazionali, Pechino viene descritta come orientata a sostenere la transizione energetica con programmi mirati. A metà marzo, il ministero dell’Industria e dell’Informatica cinese, insieme ad altre agenzie, avrebbe fissato l’obiettivo di ridurre il prezzo medio dell’idrogeno al di sotto di 25 yuan (circa 3,63 dollari) al chilo. Il programma includerebbe settori come trasporti e industria pesante, con il fine di raddoppiare il numero di veicoli a celle a combustibile (FCEV) rispetto all’anno precedente e arrivare a 100 mila unità in cinque anni. Le linee guida contemplano anche l’espansione di trasporto pubblico e logistica urbana alimentati a idrogeno.

Nel quadro riportato, gran parte dell’idrogeno sarebbe ancora generato a partire dal carbone, con l’intenzione di accelerare il passaggio verso alternative come l’idrogeno verde, prodotto tramite elettrolisi.

nucleare: priorità ai nuovi reattori e obiettivi di capacità

Accanto all’idrogeno, il nucleare mantiene un ruolo di primo piano. Pechino sarebbe in testa con la costruzione di quasi la metà dei nuovi reattori a livello mondiale, tra 29 e 32 unità. Il settore avrebbe ottenuto una posizione strategica all’interno del XV Piano Quinquennale approvato dal parlamento cinese a marzo. La priorità, secondo le indicazioni riportate, va alla costruzione di centrali costiere di grandi dimensioni, con l’obiettivo di portare la capacità nucleare a 110 GW entro il 2030, rispetto ai 62 GW di fine 2025.

Nel Sud-Est asiatico verrebbero citati programmi ambiziosi che, se realizzati, permetterebbero a quasi la metà della regione di disporre di energia atomica entro il 2030. Al momento, tuttavia, risulta che nessuno di quei Paesi abbia prodotto nemmeno un singolo watt. I tempi restano quindi lunghi, poco adatti a compensare sul breve-medio periodo le carenze attuali.

carbone come paracadute energetico nel breve periodo

Nel periodo immediato, la soluzione indicata per fronteggiare le carenze è il ricorso al carbone. La scelta viene collegata anche a fattori logistici e geografici, dato che le forniture provengono da paesi vicini, tra cui Australia (74,8%), Indonesia (12,8%) e Canada (4,1%). Nel 2024 e nel 2025, la ripresa di investimenti e autorizzazioni viene descritta come significativa. Per la Cina, Carbon Brief stima che nel 2025 la capacità di produzione di energia elettrica da carbone abbia raggiunto un massimo storico tra costruzioni (95 GW) e autorizzazioni (291 GW) di nuove centrali.

giappone e asia: aumento della disponibilità delle centrali più vecchie

In un quadro di inversione di rotta, viene indicato che dal mese di aprile il Giappone consentirà per un anno il pieno funzionamento delle centrali a carbone più vecchie e meno efficienti. In precedenza sarebbero state costrette a operare a capacità ridotta per contenere le emissioni di CO2. La tendenza appare in crescita in tutta l’area asiatica, includendo la Cina, che — nonostante l’impostazione “green” — continua a utilizzare l’“oro grigio” come risposta alle fluttuazioni delle rinnovabili.

india rivede la strategia clima: emissioni e rinnovabili su tempi più lunghi

La difficoltà di conciliare sicurezza energetica e obiettivi climatici emerge con particolare evidenza anche in India. Nelle ultime settimane, viene riferito che l’esecutivo ha rivisto la tabella di marcia verso la neutralità carbonica. Il 26 marzo, Nuova Delhi avrebbe approvato una revisione della strategia ambientale per il 2035, spostando l’attenzione sulla riduzione dell’intensità delle emissioni anziché su tagli assoluti di gas serra. Il nuovo obiettivo indicato sarebbe pari a -47% entro il 2035 rispetto al precedente target di -45% entro il 2030.

La crescita delle rinnovabili nel mix energetico viene descritta come più graduale: la previsione riportata indica un aumento del 60% entro il 2035, rispetto al 53% attuale e al 7% di riferimento. Il risultato è un percorso di transizione sostenuto, ma con tempi che si estendono rispetto alle aspettative di breve periodo.

Personaggi citati:

  • Jean Maynier (presidente di Kpler)
Guerra in Medio Oriente, perché l’Asia è la regione più colpita dalla crisi energetica. Cina avvantaggiata grazie a rinnovabili e nucleare

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