Referendum de bortoli procuratore di belluno la riforma non riduce la durata dei processi
La riforma della giustizia promessa come svolta rischia, secondo la ricostruzione di Massimo De Bortoli, di non incidere sui nodi strutturali del sistema. Il riferimento non è teorico: nel racconto emergono tempi processuali, prescrizioni, carenze di risorse e ricadute concrete sulle persone coinvolte nelle vicende legate a Veneto Banca e Pop Vicenza.
Nel suo sguardo, i problemi della giustizia penale non vengono risolti da interventi ordinamentali che cambiano ruoli e assetti, mentre restano sullo sfondo gli effetti più rilevanti per cittadini e imprese: lentezza, disorganizzazione e rischio di prescrizione che può trasformarsi in una forma di denegata giustizia.
riforma della giustizia: perché Massimo De Bortoli la giudica insufficiente
Massimo De Bortoli, oggi procuratore della Repubblica a Belluno, descrive un passato recente vissuto negli uffici giudiziari di Treviso, dove da pm ha cercato di tutelare i clienti di Veneto Banca, insieme alle vittime riconducibili al contesto di Pop Vicenza.
Secondo la sua lettura, le criticità emerse nelle inchieste su Veneto Banca mostrano problemi già presenti nella giustizia penale italiana che, a suo avviso, non vengono affrontati dalla riforma in discussione. Tra le cause principali vengono indicati l’eccessiva lentezza dei processi, la cronica carenza di risorse umane e materiali, la disorganizzazione degli uffici giudiziari e il rischio della prescrizione dei reati.
il caso veneto: un processo che termina, ma solo in parte
Alla domanda sul fatto che il processo sia arrivato a sentenza definitiva, De Bortoli precisa che la conclusione riguarda soltanto il primo dei tre tronconi d’inchiesta, quello relativo alle false comunicazioni agli organi di vigilanza (Banca d’Italia e Consob).
il filone principale per le vittime: tempi lunghi e prescrizione
Il secondo filone, quello che viene descritto come più sentito dalle vittime, riguarda la truffa collegata all’acquisto di azioni a prezzo gonfiato: vengono richiamati 35 euro per un’azione che valeva 7-8 euro, con una perdita totale per persone e imprese.
De Bortoli sottolinea che, nonostante l’impegno giudiziario, l’esito finale si è tradotto in una denegata giustizia. Il gip aveva disposto i rinvii a giudizio, ma il Tribunale di Treviso, rilevando che la complessa istruttoria dibattimentale non sarebbe stata conclusa prima della prescrizione, fissò l’udienza oltre un anno dopo. Di conseguenza il collegio giudicante dichiarò il non doversi procedere per prescrizione.
Nel quadro complessivo vengono richiamate centinaia di querele e oltre 2.300 persone in attesa di giustizia. L’impatto riguarda anche la possibilità di ottenere un risarcimento nel processo penale, indicata come impossibile a causa dell’esito per prescrizione.
terzo filone: procedimenti ancora in corso e bancarotta fraudolenta
Il terzo filone, relativo a nuove e ulteriori richieste di rinvio a giudizio per i vertici dell’istituto, riguarda un dissesto quantificato in oltre 300 milioni di euro. La fase viene descritta come attualmente in giudizio davanti al Tribunale di Treviso.
Nel racconto, questo segmento risulta “salvato” grazie alla contestazione di bancarotta fraudolenta aggravata, resa possibile dalla dichiarazione di insolvenza.
separazione delle carriere: è una riforma politica, non organizzativa
Per collegare il caso alle valutazioni sulla riforma, De Bortoli afferma che l’obiettivo dichiarato del progetto sarebbe quello di attuare pienamente, tramite la separazione delle carriere, il modello accusatorio introdotto nel 1989 dal Codice Vassalli. Nel modello indicato, accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo in condizioni di parità.
Secondo quanto riportato, la linea del ministro Nordio considera la riforma rimasta “a metà” o “tradita” da leggi successive e da giurisprudenza, con il risultato di un sistema ibrido che non funzionerebbe. De Bortoli, invece, sostiene che non è la separazione delle carriere a rendere più efficiente il servizio giustizia per i cittadini.
perché la separazione non accorcia i tempi
La motivazione proposta si basa su un punto ritenuto centrale: la separazione delle carriere viene definita una riforma ordinamentale/politica, non organizzativa. Di conseguenza, non inciderebbe su elementi come semplificazione delle regole processuali, assunzioni di cancellieri o magistrati, costruzione di nuove aule.
Cambiare lo status del pm viene presentato come un intervento che non riduce la durata di un processo neanche di un singolo giorno.
il vero nodo: riti alternativi, dibattimento e ingolfamento del sistema
Secondo De Bortoli, la causa dell’inefficienza risiede altrove. Il Codice Vassalli, nel ragionamento riportato, può funzionare solo se una quota ridotta di processi arriva al dibattimento: 10-20%. Per il resto, almeno 80-90% dei procedimenti dovrebbe essere definito con riti alternativi, come abbreviato, patteggiamento e decreto penale.
la realtà smentisce le previsioni: più dibattimento, meno riti
La realtà dei fatti descritta si discosta da quelle stime: la maggior parte dei processi arriverebbe al dibattimento, ingolfando il sistema giudiziario. L’effetto ricade su magistrati (giudici e pubblici ministeri) e personale amministrativo (assistenti, cancellieri e funzionari), con un impegno lavorativo e costi ingenti per lo Stato.
In tale quadro, i riti alternativi verrebbero scelti solo in una minoranza dei casi: le stime indicate oscillano tra 15% e 25% a seconda dei distretti. Il risultato è che la maggior parte dei processi con rinvio a giudizio finisce nel dibattimento ordinario, portando il sistema in tilt.
prescrizione e impunità: l’effetto percepito
Viene associato a questo assetto anche un rischio di impunità. Nel racconto, l’idea è che, quando il tempo si allunga e le possibilità di difesa nel merito risultano limitate, alcuni imputati possano puntare sulla prescrizione.
parità tra accusa e difesa e ruolo del pm
Alla questione relativa ai diritti e alla verità, De Bortoli ribadisce che la parità tra le parti è già prevista dall’art. 111 della Costituzione, con un giudice terzo e imparziale.
La separazione tra giudici e pm, nel ragionamento proposto, determinerebbe invece il venir meno della comune cultura della giurisdizione che deve caratterizzare le funzioni del magistrato, sia giudicante sia requirente.
Viene poi tracciata una distinzione netta: il pm, a differenza dell’avvocato difensore, avrebbe un dovere preciso. L’obiettivo indicato è la ricerca della verità dei fatti, anche quando questa contrasta con la iniziale tesi accusatoria. Per questo il pm non potrebbe assumere il ruolo di “avvocato dell’accusa” e non sarebbe assegnato il compito di ottenere una condanna a prescindere da prove sufficienti.
La vittoria del pm viene descritta come accertamento della verità e decisione giusta, non come mero esito condannatorio.
personaggi e figure citate
- Massimo De Bortoli
- ministro Nordio
- Codice Vassalli
- gip
- Tribunale di Treviso
- Banca d’Italia
- Consob
- Veneto Banca
- Pop Vicenza

