Lingua italiana a rischio il futuro secondo l allarme della crusca
Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, ha lanciato un messaggio di urgenza sul destino dell’italiano, chiudendo il suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara. Il monito è centrato su un’idea precisa: per parlare davvero di un italiano del futuro serve un’azione tempestiva.
italiano tra passato, presente e futuro: l’avvertimento di Paolo D’Achille
D’Achille, storico della lingua italiana e professore all’Università di Roma Tre, ha presentato la relazione intitolata “l’italiano tra passato, presente e futuro” su invito della rettrice dell’Ateneo estense Laura Ramaciotti, oggi rilanciata dalla pagina web della Crusca. Nell’occasione, il presidente ha sottolineato che senza interventi immediati l’italiano rischia un progressivo ridimensionamento.
il rischio di destandardizzazione e perdita di ruolo
Secondo D’Achille, l’assenza di misure efficaci porterebbe a un processo in cui l’italiano potrebbe finire per soppiantare solo in parte i dialetti, limitandosi poi a un uso ristretto. In particolare, l’italiano arriverebbe a ridursi a lingua del parlato e delle scritture informali, fino a emergere eventualmente anche in ambiti letterari. Continuerebbe a essere impiegato a scuola nella prima alfabetizzazione, ma sarebbe poi abbandonato nel corso degli studi, anche per l’assenza di uno standard di riferimento.
Il presidente ha collegato questo scenario a un processo di destandardizzazione, indicandolo come un passaggio legato in modo inevitabile alla morte di una lingua. A sostegno dell’analogia, è stato richiamato quanto avvenuto per il latino nell’età del basso impero.
lingua italiana e inglese: crescita dell’inglese e conseguenze sull’italiano
Nel quadro delineato, la conoscenza dell’inglese viene riconosciuta come indispensabile e considerata un fattore positivo per il miglioramento delle competenze delle generazioni più giovani. D’Achille ha indicato che, secondo alcuni studi, tali competenze risultano addirittura migliori rispetto a quelle possedute per l’italiano.
anglismi, pseudoanglismi e slittamenti semantici
Il presidente ha affermato che non preoccupano in modo rilevante la presenza di anglismi non adattati in linguaggi settoriali e nella lingua comune. Ha però segnalato che l’uso sistematico di parole straniere, quando esistono alternative italiane più trasparenti, può comunque generare un impatto evidente. Il riferimento include anche pseudoanglismi, tra cui esempi come “ticket”, “silver”, oltre a forme più recenti come “smart working” e “green pass”.
A richiedere attenzione sono invece lo slittamento semantico di alcuni termini italiani, come “conferenza” nel senso di “convegno” e “cortesia” usato per “concessione”. Rientrano nel quadro anche novità sintattiche relative alla transitività verbale o alle reggenze preposizionali, già considerate problematiche, con l’esempio di “aiutare con i compiti”. Viene inoltre citato l’uso crescente di sigle, giudicate opache se importate dall’inglese e legate a un ordine sintattico diverso dalle lingue romanze; viene portato il caso di “AI”, più frequente di “IA” per indicare l’Intelligenza Artificiale.
inglese come lingua di studio e ricerca: perdita di spazio dell’italiano
D’Achille ha posto l’accento sul punto decisivo: l’inglese sta progressivamente togliendo spazio all’italiano nello studio e nella ricerca. È stato evidenziato che diventa sempre più necessario pubblicare in inglese non solo per essere letti all’estero, ma anche per essere valutati in Italia. In alcuni settori, indicate come aree non limitate alle cosiddette “scienze dure” o alle Stem, l’uso dell’italiano risulta di fatto quasi assente.
Il presidente ha richiamato anche corsi universitari, anche triennali, che si svolgono interamente in inglese. Pur ricordando che la piena competenza dell’italiano è prevista dalla legge, D’Achille ha osservato che l’internazionalizzazione rischia di essere solo formale, con corsi presentati come strumenti che possono incentivare il lavoro all’estero, alimentando poi l’attenzione verso la “fuga dei cervelli”.
confronto con tedesco, spagnolo e francese: radicamento e politiche linguistiche
Il presidente ha spiegato che l’influenza dell’inglese non interessa soltanto l’italiano: anche altre lingue mostrano dinamiche simili. Tuttavia, è stato indicato che alcune lingue resistono meglio, tra cui il tedesco e, in un altro caso, spagnolo e francese.
ragioni storiche e radicamento nei paesi d’origine
La differenza viene collegata a ragioni storiche e alla presenza di un radicamento più forte nei rispettivi Paesi d’origine. Secondo D’Achille, l’italiano in Italia avrebbe un legame meno strutturato, poiché lo Stato unitario nasce molto tardi. In questo contesto, viene richiamato che in Francia e in Spagna operano istituzioni con compiti definibili istituzionali, mentre alla Crusca tali funzioni non sono state mai assegnate.
Per spiegare lo scenario italiano, il presidente ha richiamato una politica linguistica considerata carente. Viene indicato che, anche a causa dei provvedimenti nazionalistici del periodo fascista, dal dopoguerra in poi la gestione di questo tema sarebbe rimasta in ritardo rispetto ad altri contesti.
parole nuove e creatività: l’importazione dal mondo angloamericano
Nel ragionamento complessivo, D’Achille ha collegato il linguaggio ai contenuti culturali e produttivi. Se economia e informatica, ma anche musica, moda, cinematografia, arredamento e altri ambiti parlano prevalentemente inglese, diventa visibile anche un effetto sulla capacità creativa. L’osservazione centrale è che si tenderebbe a importare dal mondo angloamericano cose, concetti e idee, con una conseguente riduzione dell’abilità di inventare.
Il presidente ha concluso con l’idea che non sia possibile “vivere di rendita” su un patrimonio come quello del melodramma, pur riconoscendo la necessità di conoscere e conservare quel riferimento culturale.
in sintesi: l’azione urgente per l’italiano
Il quadro delineato mette insieme tre elementi: la necessità di evitare la destandardizzazione, la preoccupazione per l’aumento dell’inglese come lingua di studio e ricerca e il confronto con Paesi in cui esistono politiche linguistiche più strutturate. L’obiettivo dichiarato è impedire un declino che, secondo D’Achille, porterebbe alla perdita progressiva di ruolo dell’italiano.
personalità citate
- Paolo D’Achille
- Laura Ramaciotti