Guerra in iran la minaccia più grave alla sicurezza energetica secondo gli esperti

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Guerra in iran la minaccia più grave alla sicurezza energetica secondo gli esperti

L’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato una preoccupazione immediata e straordinaria: l’allarme parla della “più grande minaccia alla sicurezza energetica globale” mai registrata. A lanciare l’avvertimento è il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Fatih Birol, che sottolinea come la comprensione pubblica delle conseguenze della guerra in Medio Oriente sia solo parziale rispetto alla portata reale dei possibili danni.

minaccia alla sicurezza energetica globale: tempi di ripristino lunghi e impatto oltre il conflitto

Secondo Fatih Birol, gli attacchi agli impianti energetici non si limiterebbero a interrompere temporaneamente i flussi. Il rischio indicato riguarda un potenziale danno strutturale alle infrastrutture del Golfo. Per ripristinare l’operatività, sarebbero necessari tempi considerevoli: sei mesi in alcuni casi e molto di più in altri. Anche nello scenario più favorevole, legato a una fine rapida delle ostilità, i tempi di recupero resterebbero comunque lunghi, con la necessità di rimettere in attività sistemi e impianti con tempi dilatati.

Questa dinamica può prolungare lo shock sull’offerta ben oltre la durata del conflitto. Ne deriverebbe un contesto in cui volatilità e tensioni sui mercati energetici tendono ad aumentare, alimentati dall’incertezza sulla capacità di riavvio delle forniture.

attacchi e rappresaglia: “arterie vitali” fermate e catene del valore sotto pressione

Fatih Birol descrive l’impatto attraverso un’immagine netta: “Si sono fermate le arterie vitali”. Il riferimento non riguarda soltanto petrolio e gas, ma un ecosistema industriale più ampio. Il sistema coinvolge anche settori a monte e a valle, con conseguenze potenzialmente estese lungo le catene del valore.

Tra gli ambiti citati rientrano:

  • produzione di fertilizzanti
  • prodotti petrolchimici, indicati come base per plastica, tessile e manifattura
  • materie prime critiche come zolfo ed elio

In questo quadro, l’aumento dei prezzi energetici si trasferirebbe su costi agricoli, industriali e logistici, riaccendendo le pressioni inflazionistiche e rendendo più complesso l’allineamento tra prezzi dell’energia e costi di produzione nei diversi comparti.

prezzi del petrolio: scenari estremi e rischio di effetti sulla domanda

Sul livello dei prezzi, Birol evita previsioni precise. Il quadro emerso da altri attori viene descritto come già estremo. Secondo il Wall Street Journal, l’Arabia Saudita ritiene possibile un balzo del petrolio fino a 180 dollari al barile, rispetto a circa 110 dollari per il Brent nel riferimento al 20 marzo. Lo scenario dipenderebbe dalla durata dello choc, con attenzione al fatto che possa protrarsi oltre aprile.

Da un lato, prezzi simili rappresenterebbero un vantaggio per un Paese che ricava una parte rilevante della ricchezza dalle entrate petrolifere. Dall’altro, viene evidenziato che valori elevati potrebbero spingere i consumatori ad adottare abitudini per ridurre drasticamente il consumo di petrolio, con effetti potenzialmente persistenti nel tempo. In alternativa, una risposta dei prezzi potrebbe innescare o rafforzare il rischio di una recessione, con ricadute sulla domanda. Sul piano reputazionale, il timore riportato riguarda la possibile percezione dell’Arabia Saudita come beneficiaria di una guerra iniziata altrove.

riserve strategiche e snodo critico: limitazioni operative e ruolo dello stretto di Hormuz

Le riserve strategiche, utilizzate in passato per attenuare gli effetti di shock, vengono considerate un paracadute limitato. Birol ricorda che sarebbe presente l’80% delle riserve disponibili. Tuttavia, il punto centrale è che uno strumento tampone non potrebbe compensare una perdita prolungata di offerta.

Il passaggio decisivo resta lo stretto di Hormuz, indicato come arteria per circa un quinto del petrolio mondiale. Senza una piena riapertura, qualsiasi misura risulterebbe insufficiente, perché il vincolo di transito rimarrebbe attivo.

In parallelo, Birol invita i politici europei a non allentare le restrizioni sul gas russo, richiamando l’errore di una dipendenza eccessiva dai flussi provenienti da Mosca. La logica economica viene descritta come poco coerente: il prezzo del gas russo sarebbe tradizionalmente stato legato a quello del petrolio. Inoltre, viene segnalato che i gasdotti Nord Stream non sono operativi e che la reputazione di Mosca come fornitore affidabile a lungo termine risulterebbe compromessa.

geopolitica e rischi di escalation: operazioni su Kharg e impatto sui mercati

Oltre al fronte energetico, lo scenario geopolitico viene presentato come potenzialmente destinato a deteriorarsi ulteriormente. Secondo Axios, l’amministrazione Trump starebbe valutando un’operazione diretta sull’isola iraniana di Kharg, considerata uno snodo strategico da cui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio dell’Iran.

Le opzioni indicate includono:

  • occupazione militare
  • blocco navale per impedire alle petroliere di raggiungere l’isola

Un intervento di questo tipo segnerebbe un salto di qualità nel conflitto, con rischi elevati per le forze statunitensi e possibili effetti dirompenti sui mercati. Le fonti citate riportano che la Casa Bianca starebbe considerando l’operazione soltanto dopo aver ulteriormente indebolito le capacità militari iraniane nell’area dello stretto di Hormuz, con una finestra operativa stimata in circa un mese.

Personaggi citati

  • Fatih Birol
  • Donald Trump
Con la guerra in Iran “la minaccia alla sicurezza energetica più grave della storia”. Arabia Saudita: petrolio a 180 dollari se la crisi dura fino ad aprile

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