Guerra e rating basta poco per tornare al 2018 e far tremare il sistema

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Guerra e rating basta poco per tornare al 2018 e far tremare il sistema

Le valutazioni sui conti pubblici e sulla crescita di un Paese non restano mai isolate: quando intervengono shock geopolitici, i numeri cambiano direzione e la credibilità conquistata rischia di essere rimessa in discussione. Il taglio delle stime per l’Italia da parte di Moody’s riporta al centro l’effetto combinato tra rischi internazionali, tensioni energetiche e regole europee sulle emissioni. Un quadro che pesa sui mercati e rende più difficile mantenere la stessa solidità politica e finanziaria.

moody’s riduce le stime per l’italia: crescita allo 0,7% e inflazione al 2,1%

Il 27 marzo 2026 Moody’s ha aggiornato al ribasso le prospettive macroeconomiche dell’Italia. La crescita viene indicata allo 0,7%, mentre l’inflazione è stata rivista al 2,1%. La motivazione attribuisce un ruolo centrale all’escalation in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz, eventi che hanno rimesso il prezzo del petrolio sopra i cento dollari.

Secondo la lettura legata a questi sviluppi, si riapre una criticità che l’Europa aveva considerato superata dopo il 2022. Il passaggio è particolarmente rilevante perché pochi mesi prima l’Italia aveva ricevuto un riconoscimento di rating considerato storico: Moody’s aveva infatti alzato il livello da Baa3 a Baa2, primo upgrade dal 2002.

dal primo upgrade dal 2002 ai rischi di uno shock esterno

Il miglioramento di rating era stato ricondotto a segnali di stabilità politica, rigore fiscale e avanzamento del PNRR, elementi interpretati come una discontinuità rispetto a un periodo in cui l’Italia per ventitré anni aveva viaggiato sul confine del declassamento verso il livello “spazzatura”.

Ora, la stessa credibilità viene messa alla prova da un evento esterno non scelto dal Paese. La differenza diventa concreta: essere considerati affidabili può cambiare in fretta quando i fattori che alzano i costi e aumentano l’incertezza si combinano con le regole europee.

rating e spread: il peso del 2018 e la memoria sui mercati

Per misurare il valore pratico di un rating, il testo richiama il 2018. In quell’anno Moody’s declassò l’Italia a Baa3; la conseguenza indicata fu uno spread che salì oltre 300 punti. La tensione si tradusse anche in scelte politiche considerate decisive, con il richiamo al veto di Mattarella su Savona ministro.

Il Paese restò “incastrato” su quel livello per sette anni. In parallelo, viene sottolineato che ogni incremento dello spread comporta effetti economici rilevanti, descritti come risorse sottratte a sanità, infrastrutture e ammortizzatori sociali. Con un debito indicato al 137% del Pil, il costo del denaro viene presentato come una misura diretta di quanto il passato influenzi il presente.

scelte di governo considerate determinanti: superbonus, reddito di cittadinanza e avanzo primario

In questo contesto viene descritto il percorso politico attribuito al governo: chiusura del Superbonus, cancellazione del Reddito di cittadinanza e ritorno dell’avanzo primario in territorio positivo. La credibilità ottenuta viene definita come una “moneta” utile nei confronti europei, capace di incidere su quanto l’Italia venga ascoltata o giudicata.

ets e prezzi dell’elettricità: quando le emissioni diventano un moltiplicatore dei costi

La prova concreta richiamata riguarda l’ETS, il sistema europeo sulle emissioni di CO₂. Il meccanismo descritto è lineare: più un impianto inquina, più deve pagare. In condizioni ordinarie l’impostazione spinge verso energie pulite; in una crisi, però, può trasformarsi in un moltiplicatore del costo dell’elettricità.

Con l’aumento del prezzo del gas, le centrali termoelettriche vengono indicate come soggette a due spinte di costo: di più sul combustibile e di più sulle quote di emissione. Il testo specifica che il prezzo finale non aumenterebbe una sola volta, ma due volte nel trasferimento dei costi.

impatto per l’italia: produzione elettrica da gas al 40%

Per l’Italia viene evidenziata un’esposizione elevata: il Paese produce il 40% dell’elettricità bruciando gas. In tale scenario l’effetto descritto risulta pesante. La risposta del governo viene presentata come una richiesta di sospensione per la parte termoelettrica.

divisione in europa e revisione accelerata: von der leyen respinge la sospensione

La richiesta ha diviso l’Europa. Da un lato vengono indicati Paesi favorevoli, descritti come maggiormente dipendenti dal gas: Repubblica Ceca, Estonia e Polonia. Dall’altro vengono elencati Paesi contrari, legati a un mix considerato più pulito: Danimarca, Finlandia, Svezia e Spagna. Per questi ultimi, la sospensione viene vista come un precedente capace di erodere l’intera politica climatica.

In risposta, Von der Leyen ha respinto la sospensione ma ha avviato una revisione accelerata, con proposte entro la metà dell’anno. La prospettiva indicata non è una vittoria diretta per Roma, bensì il riconoscimento della necessità di affrontare rapidamente il problema.

fragilità politica e scenario internazionale: referendum perso e tensioni con gli stati uniti

Oltre al tema energetico, la fragilità individuata riguarda la comunicazione politica. Nel testo viene segnalato che un governo che convoca un referendum e lo perde invia un segnale di debolezza che i partner europei registrano, riducendo la capacità di tenere la posizione quando conta.

Accanto a questo, viene richiamata la figura di Trump. La narrazione descrive un approccio non interventista verso l’Iran, ma accompagnato da una strategia orientata a liberare 172 milioni di barili dalla riserva strategica per proteggere i prezzi interni. Ne risulta, secondo il testo, un vantaggio legato alla stabilità domestica americana rispetto alle ricadute europee.

hormuz rinominato e nato definita “tigreatta”: segnali che pesano sulle truppe italiane

Nel quadro richiamato, viene menzionato che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato rinominato con il nome associato a Trump e che la Nato verrebbe definita una “tigreatta di carta”. Il testo collega questi elementi all’Italia, con truppe citate in Iraq, Kuwait e Sud Libano, indicandoli come contesto in cui i segnali non possono essere ignorati.

possibili esiti e fattori decisivi: dalla stabilizzazione alla coesione interna

Lo scenario favorevole indicato prevede che il conflitto si stabilizzi e che Meloni presenti la revisione dell’ETS come un risultato interno. Lo scenario peggiore, invece, descrive una guerra che si prolunga, il gas che ritorna ai picchi del 2022 e la BCE che alza i tassi, rendendo il debito insostenibile.

Tra questi estremi viene proposto un corridoio intermedio: guerra “senza esplosione”, prezzi alti ma gestibili e tassi in graduale rialzo. In questa fascia il fattore decisivo diventa trasformare la credibilità internazionale in coesione interna, richiamando Piano Mattei e accordi energetici con Algeria e Libia.

credibilità e rischio europeo: il ritorno al 2018 come possibilità reale

La chiusura del quadro lega la fragilità in Europa a una regola: basta poco per tornare al livello di tensione del 2018. La credibilità non viene trattata come un risultato definitivo, bensì come una risorsa che può essere perduta. Il messaggio finale sintetizza il concetto: la credibilità non coincide solo con ciò che si ottiene, ma con ciò che si rischia di perdere.

personaggi citati

  • Moody’s
  • Mattarella
  • Savona
  • Meloni
  • Von der Leyen
  • Trump
  • Algeria
  • Libia
  • BCE
Guerra e rating, basta pochissimo per tornare al 2018 e far tremare tutto il sistema
Categorie: Economia

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