Visti negati a funzionari UE: il legame con il Digital Services Act

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Visti negati a funzionari UE: il legame con il Digital Services Act

Si apre un nuovo fronte nelle relazioni tra Stati Uniti e Europa: Washington ha imposto il divieto d'ingresso a cinque funzionari europei, accusati di contribuire a pratiche di censura sulle piattaforme online. Tra i destinatari figura Thierry Breton, ex commissario al Mercato interno, che ha reagito pubblicamente su X chiedendo se sia tornata la caccia alle streghe di McCarthy. Il provvedimento è stato annunciato dal Dipartimento di Stato, con l’obiettivo dichiarato di ostacolare azioni che gli Usa ritengono promuovano la censura transfrontaliera.

divieto d'ingresso degli stati uniti a cinque funzionari europei: contesto e reazioni

Secondo la sottosegretaria di Stato Sarah Rogers, oltre a Breton sono stati colpiti due dirigenti dell’organizzazione HateAid, Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, quest’ultima insignita a ottobre dell’ordine federale al merito della Repubblica tedesca per l’impegno contro la violenza digitale. I restanti due soggetti che non hanno ottenuto il visto sono Imran Ahmed, fondatore del Center for Countering Digital Hate US/UK, e Clare Melford, fondatrice della Global Disinformation Index, con sede nel Regno Unito.

nominali coinvolti nel provvedimento

  • Thierry Breton — Francia, ex Commissario al Mercato interno
  • Anna-Lena von Hodenberg — Germania, HateAid
  • Josephine Ballon — Francia, HateAid
  • Imran Ahmed — Gran Bretagna/Stati Uniti, Center for Countering Digital Hate
  • Clare Melford — Regno Unito, Global Disinformation Index

reazioni e posizioni principali

HateAid ha definito la misura un atto di repressione, esprimendo sorpresa ma anche fermezza di fronte a quanto avvenuto. Breton, considerato architetto del Digital Services Act, ha ribadito che il Parlamento europeo ha votato all’unanimità il DSA e che la censura non si rispecchia nelle dinamiche di controllo delle informazioni. Ha aggiunto che la normativa europea non ha portata extraterritoriale e che i paesi dell’Unione restano sovrani nel determinare le proprie regole sul digitale.

In precedenza, il Dipartimento di Stato aveva etichettato i cinque individui come attivisti radicali e le ONG coinvolte come organizzazioni strumentalizzate, annunciando che avrebbero promosso sforzi per costringere le piattaforme americane a censurare e demonetizzare contenuti e punti di vista americani. Su X, Marco Rubio aveva avanzato l’idea che in Europa si siano sostenute iniziative per imporre restrizioni alle piattaforme statunitensi per allinearsi a posizioni straniere.

L’amministrazione statunitense ha poi indicato la possibilità di ampliare la lista, con l’obiettivo di includere altre figure ritenute chiave nel cosiddetto “complesso industriale della censura”, se altri governi non muteranno rotta. Il clima evidenzia una frattura tra le percezioni europee delle norme sul digitale e le letture statunitensi degli stessi strumenti normativi.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha reagito alle parole di Marco Rubio, che aveva indicato nelle leggi europee un attacco alle piattaforme americane. Barrot ha ricordato che il DSA è stato adottato democraticamente in Europa per fare in modo che ciò che è illegale offline lo sia anche online, precisando che non esistono implicazioni extraterritoriali e che i popoli europei sono liberi e sovrani nel definire le regole del proprio spazio digitale.

Inizialmente, il dipartimento aveva indicato che i cinque individui e le ONG coinvolte non avrebbero dovuto entrare negli Stati Uniti a causa del loro ruolo in campagne mirate alla censura. Le dichiarazioni hanno alimentato una discussione sull’equilibrio tra libertà di espressione e sicurezza informativa a livello transfrontaliero, senza che vi sia un allentamento delle posizioni da entrambe le parti.

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